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Sul tavolo rotondo ci sta l’inceratino giallo a preservarne nei secoli l’integrità ed è stato così, scommetto, sin dal primo secondo della sua entrata in casa. Azzarderei anche che l’impiallacciatura di ciliegio laccato non abbia mai visto la luce, mai, se non per essere ancora una volta inutilmente lucidata.

Sopra alla plastica viene stesa all’ora dei pasti la tovaglia bella, quella da Mulino Bianco, talvolta proprio quella DEL Mulino Bianco, presa con la raccolta punti, per dire. Fiandra bianca, oppure scacchi bianchi e rossi, a seconda.

Tra un pasto e l’altro la tovaglia viene ritirata, sgrullata dalla finestra e messa a lavare. Al suo posto ecco comparire un tovaglione di tessuto pesante, un copritavolo, a fiori. L’orlo cigliato di frangia fitta.

E ogni volta che veniva messa mio nonno rimaneva per un momento a fissare il motivo decorativo a mazzi di rose.

“Elsa! Lo vedi il canino?”

Un canino tale e quale a Susy, il mezzo pechinese che aveva in casa da piccolo a Forte dei Marmi, tutto nero.

“Eh?”

“Ma sì! Non vedi? Qui ci sono gli occhietti, questo è il musino, lo vedi il naso?”

“Io non vedo niente”

E così per sessant’anni. È chiaro che la cosa non poteva certo finire lì e per non sentirsi come l’unico pazzo che vede animali domestici negli arredi, la domenica nonno ci interpellava tutti:

“Ma tu lo vedi il canino?”

“Ma sì, certo, quelli sono gli occhi”

“E quello il naso”

“Sembra che tenga un fiore in bocca”

Tutti in piedi intorno al tavolo in concitato capannello, tutti a guardare il motivo ripetuto di decine di musi canini.

“Ma sì mamma, lo vedi? Ti devi mettere qua, osservalo da questa angolazione, lo vedi?”

“Eh, nonna, vedi? Qui ci sono gli occhi…”

“Io non vedo niente”.

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Possiamo fare i seri due minuti?

Tra le tante cose di cui mi sono disfatta quest’anno c’è un certo modo di pensarle, le cose appunto. Non puoi essere troppo sentimentale quando devi disfarti degli oggetti, io credo. Non puoi concedere loro di significare altro che se stessi, altrimenti si finisce per stabilire gerarchie sbagliate. Si finisce magari come quei matti che muoiono schiacciati in casa dalla propria roba, nella migliore delle ipotesi si finisce come Michele Mari.

Allora, in prima battuta c’è stato appunto l’imparare a separarmene, dire loro addio. Non è in quelle cose che stava ciò che ho perduto, esse non erano e non sono le custodi di niente. Le ho lasciate, questa è stata la parte più facile.

Poi, è venuta la scoperta del non bisogno. Sono stati mesi entusiasmanti quelli. Direte, ma che esercizio è mai questo, roba da mistici, pauperisti, gente sciroccata. Io posso solo dirvi che per anni ho comprato cose per premiarmi come si premiano i bambini quando li porti a fare le punture. E ad ogni iniezione di malcontento a cui mi sottoponevo mi consolavo con un acquisto, anche piccolo.

È stata una vertigine spezzare quel nesso.

Ed eliminare un poco alla volta, ogni volta un po’ di più.

Godermi tutta quanta la carica dinamitarda dell’opposto rifiuto.

E portarmi dietro poche cose, portarle dentro case prese a prestito. E ridurre all’essenziale, vivere in levare.

Adesso c’è una stanza. Mia. Nostra. È importante che io la senta mia. Come è bella, tutta vuota. Mi strattona il dubbio che viverci sia quasi un po’ corromperla.

E i mobili? Mi chiedono, già preoccupati, e io sono piena di gratitudine. Chi offre un tappeto, chi un materasso, chi un aiuto per trasportarlo. C’è urgenza, c’è mobilitazione. Esiste quest’aspettativa che andare da Ikea e comprare un cassettone sia una conquista, un gesto carico di valore simbolico. E io non voglio che sia un cassettone a parlare delle mie piccole, personali rifondazioni. Quelle che solo io conosco.

Rispondo che i mobili saranno presi un po’ alla volta, ci vuole tempo per capire di cosa si ha bisogno. È una risposta che cerco di spacciare per buonsenso ma la verità è che sono preoccupata. Non è semplice procurarsi quello che ti serve e sbarrare la strada a quello che non serve, anzi danneggia. Il mio apprendistato di quest’anno si è basato sul dire no a tutto, come me la caverò, invece, di fronte all’imbarazzo della scelta?

Il simbolico mi insospettisce. È così strano?

Si comincerà con un materasso e una scrivania. E dopo non lo so cosa succede.

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Un’ultima prova, se ce ne fosse ancora bisogno, che la codificazione dell’accudimento a casa Gasperetti passa necessariamente per la frutta, l’acquisto della frutta, il suo consumo, frutta, frutta, nient’altro che frutta.

Nonna, dopo aver fatto meticoloso inventario di ciò che è contenuto nella fruttiera: “ma la pesca non l’hai mangiata!”

Io “No, non mi andava…ho mangiato l’uva però. La pesca la mangio stasera”

Nonna “Ce sta pure la banana” sospiro tragico “mangiatela la banana prima di stasera che sennò poi se matura e dici che sa di gas”

Io “Ma perché l’hai comprata se sapevi che non la volevo?”

N. “Perché spero sempre che se la vedi lì, per non farmela buttare te la mangi”

Io: “Ma perché?”

N. “Almeno mangiatene metà…”

Io: “Ma perché? Perché? PERCHÈ??”

Si allontana con quel suo caratteristico fare di quando non merito risposta.