Life in Plastic (it’s fantastic!)

L’ultima cosa che mi sarei figurata è che oggi, nel 2016, a trentott’anni suonati io mi ritrovassi a scrivere di Barbie. Mai mi sarei immaginata di ritrovarmi a pensare a Barbie. Io non feticizzo particolarmente la cultura materiale della mia infanzia, non sono di quelli che si commuovono ripensando agli Exogini e alle girelle Motta.

E invece eccomi qua.

La notizia recente è che Mattel ha presentato la sua nuova scuderia di diversity-Barbie, e sono tutte molto carine, per carità – la novità sta nel fatto che le bambine del 2016 potranno scegliere bambole meno bionde, meno ariane, meno magre, meno alte e via così. Il criterio, suppongo, è quello dell’immedesimabilità, la possibilità di scegliere tra le tante una Barbie che ti somiglia di più. E questo mi fa molto ridere perché sospetto che fino ad oggi la questione stesse in tutt’altri termini: era il suo non somigliarti che la rendeva un giocattolo utile, l’astrattezza ne ha garantito la longevità.

Con Barbie io ho sempre intrattenuto rapporti cordiali, non ce l’avevo con lei per il suo essere bella e bionda e tettona (negli anni ’80 era abbastanza tettona). Nè avevo preso il suo essere bella bionda e tettona come una promessa che crescendo lo sarei diventata io. Con Barbie andavo d’accordo pur essendo molto evidente che io ero una Skipper destinata a rimanere tale.

Come dicevo, Barbie era un template generico di giovane età adulta femminile gagliarda, e come tale era arruolata nei miei giochi, il suo brief era semplice: essere bella e femmina abbastanza da fungere come proxy, essere generica e altra abbastanza da permettere la depersonalizzazione e la proiezione.

Grazie a questa entente cordiale, io e Barbie abbiamo passato insieme dei bei momenti. Sotto la mia esigente regia, Barbie è stata investigatore privato, imperatrice in una fortunata serie di sequel casalinghi al film ‘La Storia Infinita’, ha improvvisato coreografie acquatiche in stile Esther Williams nella vasca da bagno, ha avuto un numero infinito di incidenti stradali usando i miei pattini a rotelle come go-kart e, infine, si è accoppiata selvaggiamente con tutti gli altri giocattoli della mia collezione – tutti, orsacchiotti e puffi inclusi.

Non conosco donna per la quale giocare con Barbie non volesse dire, in sostanza, farla morire male. L’utilizzo classico suggerito dalle pubblicità – pettinare Barbie, metterle i vestitini, farla ballare con Ken, tutto questo succedeva, certo, ma era solo una parte del gioco, era la preparazione al gioco vero. Sia chiaro che quando dico questo, non intendo affatto mitizzare con occhi sognanti la fantasia dei bambini, la creatività dei bambini, ma manco per niente. I giochi dei bambini sono prevedibilissimi, basta guardare i disegni dei bambini. I disegni dei bambini sono tutti uguali, sempre. Quello che voglio sottolineare non è l’originalità del modo in cui ciascuna bambina gioca con Barbie, ma anzi, il completo WTF in cui da 57 anni finisce il gioco di qualsiasi bambina con Barbie, perché questo è giocare.

Sono l’unica a pensare che la Barbie immedesimabile sia un po’ sinistra? Non so, ripenso alla mia, quella preferita, e mi viene il sospetto che se guardandola ci avessi visto me stessa, una mini-me, mi sarei fatta scrupoli a mozzarle le mani.

Quanto alla portata generale di questa innovazione, io mi inchino di fronte alla deliziosa trovata passivo-aggressiva della Mattel, il dito medio alzato di un brand che muore. Per sessant’anni Mattel ha dovuto contendere con l’accusa di perpetuare dannosi stereotipi femminili, un’accusa vecchia quasi quanto la bambola stessa. E adesso che Barbie è un giocattolo quasi in via d’estinzione e che quindi non ha più niente da perdere, ecco che la casa madre si prende una squisita rivincita morale su tutti quelli che l’hanno sempre disapprovata, i consumatori pugnaci, i genitori.

È bellissimo e perverso. Perché adesso che la Evil Corporation® ti ha messo a disposizione la Barbie coreana, la Barbie culona, la Barbie alluce valgo, la responsabilità diventa tua. Se non la compri, il malvagio perpetuatore di stereotipi dannosi sei tu. Da oggi nasce la discriminazione vera perché la Barbie che tutti conosciamo nel suo non somigliare a nessuno era, tutto sommato, democratica. Adesso che sugli scaffali dei negozi avremo la affirmative action, e un’equa rappresentanza di tutte le soggettività, ciascuna Barbie se la dovrà cavare da sola. Adesso ci verrà davvero sbattuto in faccia quanto sia poco democratico il nostro concetto di bellezza – il nostro, non quello della Evil Corp. – adesso sono cazzi nostri.

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