E ciò che hai amato anche un solo mattino – le cose, parte 3

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Possiamo fare i seri due minuti?

Tra le tante cose di cui mi sono disfatta quest’anno c’è un certo modo di pensarle, le cose appunto. Non puoi essere troppo sentimentale quando devi disfarti degli oggetti, io credo. Non puoi concedere loro di significare altro che se stessi, altrimenti si finisce per stabilire gerarchie sbagliate. Si finisce magari come quei matti che muoiono schiacciati in casa dalla propria roba, nella migliore delle ipotesi si finisce come Michele Mari.

Allora, in prima battuta c’è stato appunto l’imparare a separarmene, dire loro addio. Non è in quelle cose che stava ciò che ho perduto, esse non erano e non sono le custodi di niente. Le ho lasciate, questa è stata la parte più facile.

Poi, è venuta la scoperta del non bisogno. Sono stati mesi entusiasmanti quelli. Direte, ma che esercizio è mai questo, roba da mistici, pauperisti, gente sciroccata. Io posso solo dirvi che per anni ho comprato cose per premiarmi come si premiano i bambini quando li porti a fare le punture. E ad ogni iniezione di malcontento a cui mi sottoponevo mi consolavo con un acquisto, anche piccolo.

È stata una vertigine spezzare quel nesso.

Ed eliminare un poco alla volta, ogni volta un po’ di più.

Godermi tutta quanta la carica dinamitarda dell’opposto rifiuto.

E portarmi dietro poche cose, portarle dentro case prese a prestito. E ridurre all’essenziale, vivere in levare.

Adesso c’è una stanza. Mia. Nostra. È importante che io la senta mia. Come è bella, tutta vuota. Mi strattona il dubbio che viverci sia quasi un po’ corromperla.

E i mobili? Mi chiedono, già preoccupati, e io sono piena di gratitudine. Chi offre un tappeto, chi un materasso, chi un aiuto per trasportarlo. C’è urgenza, c’è mobilitazione. Esiste quest’aspettativa che andare da Ikea e comprare un cassettone sia una conquista, un gesto carico di valore simbolico. E io non voglio che sia un cassettone a parlare delle mie piccole, personali rifondazioni. Quelle che solo io conosco.

Rispondo che i mobili saranno presi un po’ alla volta, ci vuole tempo per capire di cosa si ha bisogno. È una risposta che cerco di spacciare per buonsenso ma la verità è che sono preoccupata. Non è semplice procurarsi quello che ti serve e sbarrare la strada a quello che non serve, anzi danneggia. Il mio apprendistato di quest’anno si è basato sul dire no a tutto, come me la caverò, invece, di fronte all’imbarazzo della scelta?

Il simbolico mi insospettisce. È così strano?

Si comincerà con un materasso e una scrivania. E dopo non lo so cosa succede.

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