# Intermezzo ostinato e stanziale

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Salve, mi chiamo Flavia e non riesco ad uscire dal quartiere.

#antefatto: la mia instabilità logistica di questo ultimo anno continua, dopo mesi passati a peregrinare da un appartamento sfitto, courtesy of amici e parenti, all’altro, ho realizzato il colpaccio: spedita mia nonna in esilio in Toscana ne ho occupato con prepotenza la casa a Roma (poverina, lei ancora pensa che venuto settembre l’andremo a riprendere…). Per cui ora sono nel mio quartiere di riferimento, non solo per storia familiare e personale ma anche perché è il mio quartiere d’elezione, per tanti tanti motivi che non sto a spiegare ma che se proprio vi interessano potete trovare QUI a pagina 15. Fine antefatto.

“Ci stai come un ragnetto qua, eh?” Osservava divertito chi mi vuol bene all’alba del mio insediamento. Non sapeva, non poteva sapere, chi mi vuol bene che da quel momento sarebbe stato impossibile stanarmi dal quartiere. Mi aveva conosciuto nomade intrepida senza tetto né legge ed ecco che mi scopre in un’inedita modalità “confino di polizia”.

“Ma lo vedi che qui non manchiamo di nulla? Perché dovrei andare altrove quando qui c’è tutto?” Rispondo inevitabilmente ogni volta che qualcuno cerca di farmi valicare i patri confini. Oppure:

“Ma poi devo spostare la macchina, e magari dopo non ritrovo il posto”

Scuse, patetiche scuse.

Mi sono persino accorta che sto inconsciamente facendo scalare qualsiasi progetto vacanza sempre più in là, affinché un eventuale viaggio non vada ad incidere sul tempo che ho a disposizione qui. La famiglia comincia a preoccuparsi, c’è già chi con discrezione cerca il consulto psichiatrico. Fosse una bizzarra forma di agorafobia?

# Excursus storico-antropologico: lo scorso 19 luglio, settantesimo anniversario del bombardamento, la storica Lidia Piccioni qui in Piazza dell’Immacolata rifletteva “da subito San Lorenzo si è configurato come un quartiere dai confini estremamente precisi, delimitato, separato dal circostante tessuto urbano”. Ah! Come è vero. Fosse per me lo separerei ancora di più: murerei l’arco di Santa Bibiana, sulle mura piazzerei sentinelle armate, in corrispondenza dell’antico scalo ferroviario abbatterei la sopraelevata per fare posto al fossato completo di ponte levatoio e alligatori. Fine excursus.

E ora cosa succederà? Cosa farò nelle prossime settimane quando tutti gli esercizi commerciali chiuderanno per ferragosto, gli amici e i familiari migreranno verso più miti climi e persino chi mi vuol bene si ritrarrà schifato avuta la piena percezione della spirale di follia in cui sto precipitando. Cosa farò quando anche l’ultimo supermercato abbasserà le saracinesche, e il bar, il giornalaio, il tabaccaio? Rimarremo solo io e il caldo killer, quelli nel polmone d’acciaio e una manciata di anziani dimenticati.

E proprio non la capisco questa smania di andare in vacanza a tutti i costi, tutti nello stesso momento. Che senso ha, mi domando con allarmante frequenza, andare ad intasare le autostrade e affollare gli aeroporti, quanto inutile stress, quando spendere – evitabile, ritengo, in questi tempi di crisi.
Ma poi. Non stiamo bene qui tutti insieme? Cosa ci manca? Cosa andiamo cercando?

Io ve lo dico, se spostate la macchina ora, quando tornate a settembre il parcheggio non lo ritrovate.

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