Perdite su Carta – Parte tre

Terza puntata di Paper Losses di Lorrie Moore, devo aggiungere altro?

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A questo punto della storia, tuttavia, lei e Rafe non avevano ancora firmato nulla. Ed era rimasta in sospeso la questione della fede nuziale di Kit, tempestata di piccoli smeraldi, che le piaceva molto e non sembrava una tipica fede nuziale, sperava quindi di poter continuare ad indossarla. Lui la sua, una tipica fede nuziale, se l’era tolta un anno prima perché, aveva detto, “gli dava fastidio”. Lei aveva pensato che si riferisse ad un irritazione cutanea. La cosa non l’aveva allarmata più di tanto; era uno a cui davano fastidio anche i vestiti – quando si erano conosciuti a lui piaceva fare il nudista. Era divertente frequentare un nudista: non si perdeva tempo. Il matrimonio con un nudista era però cosa ben diversa. Presto Kit avrebbe avuto solo casti appuntamenti geriatrici con persone perbene i cui vestiti, come del resto i suoi, sarebbero rimasti saldamente incollati al corpo.

​“E se non riesco a toglierla?” gli chiese ora in aereo. Aveva messo su qualche chilo in questi vent’anni di matrimonio, ma nemmeno tanti, era stata praticamente una sposa bambina!

“Mandami il conto del fabbro”. Ah, che romanticismo!

​“Qual è il tuo problema?” chiese. La colpa era certo dei genitori di lui i quali a suo tempo dovevano averlo cresciuto, senza volere o deliberatamente, come un alieno venuto dallo spazio, con valori da alieno, pensieri da alieno e l’ingannevole superficialitá, la finta innocenza e la sociopatia tipici di un alieno.

​”Qual è il TUO problema!” ringhiò lui. Questo vizio che aveva, vizio da alieno, di ripetere quello che lei aveva appena detto. Aveva certo a che vedere con il suo sistema nervoso centrale, un processore i cui chip elaboravano continuamente nuove combinazioni linguistiche per poi assorbirle e immagazzinarle. La ripetizione faceva guadagnare tempo e permetteva il salvataggio dei dati.

​Non era tanto preoccupata per le bambine, che erano ancora piccole, quanto lo era per Sam, un ragazzino sensibile di dieci anni, che ora sedeva nella fila accanto, fissando immusonito le nubi fuori dall’oblò. Presto, grazie alle macchinazioni delle fin troppo progressiste leggi sul divorzio dello Stato – un ragazzo ha bisogno del padre! – non lo avrebbe più visto tutti i giorni. Presto sarebbe diventato uno di quei ragazzi per i quali la madre non è più una presenza quotidiana, e allora si sarebbe allontanato e avrebbe preso il volo come un foglio di carta portato dal vento. Col tempo, si indurirà: la studierà da sopra gli occhiali, con la stessa espressione di un maître D che osserva un cliente potenziale straccione. Vederla arrivare scatenerà in lui il panico che si prova ad una festa vedendo avvicinarsi qualcuno senza la targhetta col nome. Ma qui, in questo loro ultimo viaggio insieme come una vera famiglia, era molto bravo a non far trapelare nulla.

​Dormirono tutti nella stessa stanza, in letti separati, e guardarono altre famiglie punzecchiarsi e battibeccare, così che in confronto la loro – una famiglia in procinto di rompersi per sempre – non pareva nemmeno così tremenda. Lei non si fece ingannare dalla brezza equatoriale e quindi non esagerò con l’esposizione al sole; fece le sue rimostranze ai gestori del resort per la presenza di vigilanti armati lì ad impedire che i ragazzini locali oltrepassassero le barriere che delimitavano questa spiaggia bianca; si spalmò sulla faccia una specie di resina che prometteva di attenuare le rughe – per farla apparire più giovane agli occhi di questo suo marito in fuga che mai una volta fece mostra di rivolgerle un’occhiata. Non che fosse granché attraente: il suo bagaglio era andato perso ed era costretta ad indossare vestiti acquistati dal negozio di souvenir dell’albergo – le parole “El Caribe” stampate su ogni singolo indumento.

In spiaggia, la gente leggeva libri sui genocidi del Rwanda e dell’Ex Yugoslavia. Quasi a voler introdurre un elemento di serietà in una vacanza che ne era totalmente priva. E intanto però, bisognava far finta di non notare i ragazzini neri dell’isola che dall’altro lato del filo spinato lanciavano sassi.

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