Perdite su Carta – part two

Seconda puntata del racconto di Lorrie Moore, Paper Losses, da me abusivamente tradotto. La prima parte la trovate QUI.

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L’ordine di comparizione la colse di sorpresa. Arrivò per posta indirizzato a lei, ed eccolo lì, spillato alle pratiche per il divorzio. Il proverbiale ben servito. La stronza era servita. Il matrimonio, proprio come una persona, da morto è irriconoscibile, anche se lo fai seppellire nel suo vestito preferito. Allegata alle pratiche c’era una lettera di Rafe che proponeva il giorno del loro anniversario in primavera come possibile data definitiva per il divorzio. “Perché non chiudere il cerchio?” aveva scritto, parole che non suonavano nemmeno sue, la loro fredda efficienza però era perfetta per questa sua nuova vita da alieno venuto dallo spazio, ed era certo in linea con i principi cardine della cultura aliena.
Nei documenti Kit e Rafe erano indicati con i loro nomi ufficiali. Katherine e Raphael, come se fossero le loro versioni ufficiali ad essere in procinto di divorziare – i loro certificati di nascita stavano divorziando! – e non loro. Rafe viveva ancora in casa e non le aveva detto di averne comprata un’altra. “Tesoro”, disse lei tremando, “vedessi che ha portato oggi il postino”.

*

La rabbia aveva le sue virtù curative, ma lei non era fatta per poterla sostenere a lungo e quando infine venne meno fu sommersa dalla solitudine, al centro della quale il dolore bruciava di un freddo calore azzurro. Ai rispettivi funerali di due persone anziane che a malapena conosceva pianse seduta nell’ultima fila come fosse l’amante segreta del defunto. Era stordita, debole e non voleva vedere Rafe – anzi Raphael – mai più, ma avevano promesso ai ragazzi una vacanza ai Caraibi; era già tutto prenotato, cos’altro potevano fare?

Ecco, finalmente, a cosa erano serviti quei laboratori di teatro al liceo: a recitare. Era stata la regina nel Racconto d’Inverno, e una bambina scambiata alla nascita in un dramma intitolato Amami Ora!, scritto da una delle insegnanti più disturbate del suo istituto. Grazie a queste performance aveva imparato che il tempo era essenzialmente una faccenda comica – erano le costrizioni che determinavano il suo scadimento in tragedia o, quanto meno, in prostrazione. Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta – se solo avessero avuto più tempo! Il matrimonio smetteva di essere una commedia nel momento in cui veniva bruscamente interrotto, a quel punto si tramutava in divorzio, sul quale il tempo non incideva e il cui potenziale comico era infinito.
Comunque, Rafe riuscì a spremere due parole nel tentativo di convincerla a non fare questo viaggio con lui e i ragazzi. “Non penso che dovresti venire”, annunciò.
“Io vengo” disse lei.
“Non faremo che dare ai ragazzi false speranze”.
“La speranza non è mai falsa. O è sempre falsa. Chissenefrega. È solo speranza”, disse. “Non c’è niente di male”.
“Penso solo che non dovresti venire”.
Il divorzio, capiva ora, sarebbe stato come il matrimonio: una lotta per il potere: Chi di loro sarebbe stato il servo e chi il padrone?
A quale sciacquetta aveva intenzione di regalare il suo biglietto?

(Solo più tardi l’avrebbe scoperto. “In quanto femminista non dovresti incolpare l’altra donna” le disse una vicina. “In quanto femminista ti chiedo di non rivolgermi mai più la parola” rispose Kit).

E mesi dopo in tribunale, dove Kit avrebbe scoperto che il suo matrimonio era di proprietà della contea e che ora la contea se lo stava riprendendo, come fosse un franchising del pollo che lei aveva mandato a rotoli, proibendole di aprire un nuovo franchising per altri sei mesi e dandole ad intendere che magari era il caso che lei lasciasse perdere il commercio del pollame in generale, quando infine si sarebbe trovata a pronunciare la formula, dinnanzi ad un giudice togato e robotico e a uno stenografo ammiccante il cui ammiccare pareva un trucco messo a punto per impedire alle mogli di scoppiare a piangere, Kit sarebbe stata costretta a dichiarare il matrimonio “irrimediabilmente spezzato”. Che razza di poeta da due soldi aveva messo le mani sulla stesura delle leggi sul divorzio? Quelle parole le si sarebbero piantate in gola, prive di convinzione. Non era forse vero che tutto si aggiusta? Quest’epoca dell’ ‘usa e getta’, non è anche l’epoca che ha prodotto tante fantastiche sostanze adesive? Perché “irrimediabilmente spezzato” come l’ala di un uccellino? Perché non, semplicemente “Pensi tu che quest’uomo, cui eri sposata, e che ora siede accanto a te in quest’aula, sia uno stronzo totale?” Non era sufficiente, e anche più accurato? Le parole “irrimediabilmente spezzato” condannavano una persona ad un’eternità di dubbi.

[To be continued]

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