Perdite su Carta

A volte ti imbatti in certi autori e l’unica cosa che vorresti fare è mangiargli il cuore per impadronirti della loro voce. Mi è successo in questi giorni leggendo i racconti della scrittrice americana Lorrie Moore. Personalmente, quando si tratta di un autore che scrive in inglese, trovo che non potendo andare a cannibalizzarlo di persona l’unica cosa che posso fare per carpirne i segreti è tradurlo. Ed ecco, quella che segue è la prima puntata della mia traduzione del racconto Paper Losses, apparso sulle pagine del New Yorker nel 2006 e contenuto in una recente raccolta di Lorrie More, The Collected Stories, Faber and Faber 2007.

Il racconto è disponibile in originale qui.

Ignoro se il racconto sia stato già tradotto in italiano, se qualcuno ne possiede i diritti e nemmeno me ne importa niente, mica ci guadagno col mio cannibalismo letterario! Però se mi volete venire a picchiare sapete dove trovarmi.

paper losses

Sebbene si fossero conosciuti nel movimento pacifista, manifestando, organizzando, fabbricando striscioni anti-nucleare, adesso Kit e Rafe volevano solo uccidersi a vicenda. Erano diventati, anche, un pochino pro-nucleare. Dopo due decenni di preziosa, preziosa vita insieme, Kit e Rafe sembravano ora essere compagni solo nella rabbia e nella repulsione, il loro amore appassionato degli inizi mutato in rabbia. Era un peccato e anche un limite che l’odio (come l’amore) non potesse vivere di sola aria. Eccoli quindi, in questo loro nuovo progetto condiviso, complici e sinergici. Erano accudenti, omeopatici e premurosi. Avevano generato e cresciuto il loro odio insieme, in maniera cardiovascolare, spirituale, organica. In tandem, facendo sistema, come una compagnia di danza del cattivo sentire avevano spinto il loro odio al centro della scena puntandogli addosso un occhio di bue perché se ne impadronisse. Facci vedere, bello! Chi è il migliore? Chi è il capo?

“Pro-Nucleare? Tu? Davvero?” Chiedevano gli amici a Kit, amici con i quali lei continuava, senza discrezione, a sfogarsi.

“No.” Sospirò Kit. “Però in un certo senso.”

“Forse hai bisogno di parlare con qualcuno” Cosa che ferì Kit, convinta com’era di stare, per l’appunto, parlando con loro. “Sono solo preoccupata per i ragazzi”, disse.

*

Rafe era cambiato. Il suo sorriso era solo uno sbadiglio noncurante, o era il suo un sorriso appiccicato con noncuranza?* Come faceva la canzone? Non lo sapeva. Ma, di certo, lui era cambiato. È così che ci si esprimeva a Beersboro, in maniera neutra. Nessuno diceva mai che un tizio si era completamente fottuto il cervello. Dicevano “è cambiato.” Rafe aveva cominciato a costruire modellini di razzi nello scantinato. Era diventato un po’ eccentrico. Era in altre parole un personaggio. I più audaci sarebbero arrivati a dire “Si è proprio fissato”. I razzi erano oggetti alti, plastici e peniformi che Rafe patinava di autenticità appiccicandovi decalcomanie militari. Cos’era successo all’affascinante fricchettone che aveva sposato? Era irritabile e distante, vuoto di furia. Una sorta di vacuità si era impossessata dei suoi occhi verdazzurri. Erano rimasti grandi e luminosi ma parevano contraffatti, come bigiotteria. Si domandava se non potesse trattarsi di un esaurimento nervoso, di quelli veri. Ma durò per mesi, e lei cominciò quindi a sospettare, invece, di un tumore al cervello. Ogni tanto lui la chiamava fischiando dal fondo della sua muta alienazione, in un momentaneo crollo della sua pantomima d’odio. “Ciao, carina”, l’apostrofava dalla cima delle scale, dopo due mesi passati senza nemmeno guardarla in faccia. Era come essere bloccati in casa insieme ad uno zio malato di mente: è così che dovrebbe essere il matrimonio? Non ne era sicura.

            Adesso lo vedeva di rado quando si alzava al mattino e usciva di corsa per andare in ufficio. Quando poi tornava dal lavoro subito scompariva giù nello scantinato. Di notte, in quel crepuscolo coniugale che costituiva la loro sola vita insieme, dopo che i ragazzi erano andati a letto, la casa si riempiva di fumi. Quando lei si sporgeva dalle scale per lamentarsene lui nemmeno le rispondeva. Pareva essersi tramutato in una specie di alieno venuto dallo spazio. Ovviamente, più tardi avrebbe capito che tutto questo voleva dire che c’era un’altra donna, ma all’epoca dei fatti proteggeva la sua vanità e la sua salute mentale lavorando unicamente su due ipotesi: tumore al cervello o alieno venuto dallo spazio.

“Tutti i mariti sono degli alieni”, le disse la sua amica Jan al telefono.

“Dio, non ne avevo idea”. Kit cominciò a spalmare del burro d’arachidi su un pretzel e a mangiare in fretta. “É così dissociato. Totalmente irragionevole”.

“Non sul pianeta dove vive lui. Sul suo pianeta, è Salomone in persona. ‘portatemi qui il bambino, forza!’”

“Pensi che le persone possano riscattarsi ed essere perdonate?”

“Certo! Guarda Ollie North!”

“Ha perso la corsa al Senato. Non è stato perdonato abbastanza”.

“Ma ha preso voti”.

“Sì, e ora che sta facendo?”

“E ora sta reclamizzando una linea di pigiami ignifughi. È vita anche quella!” si interruppe. “ma è una cosa su cui litigate?”

“litighiamo su cosa?” chiese Kit.

“Dei razzi per tornare sul suo pianeta”.

Kit sospirò di nuovo. “Sì, sulla questione della flotta militare che sta intossicando la nostra abitazione. Litigo, io? No, non litigo, semplicemente, bè, OK – ogni tanto provo a chiedere qualche spiegazione. Chiedo ‘Che diamine stai facendo?’ Chiedo ‘Stai cercando di asfissiare tutta la tua famiglia?’ Chiedo ‘Mi hai sentito?’ E poi chiedo ‘Mi hai sentito?’ un’altra volta. E allora chiedo ‘Sei diventato sordo?’ Chiedo anche “Cosa pensi che sia un matrimonio? Vorrei davvero saperlo’ e anche ‘è questa la tua idea di un ambiente ben ventilato?’ una semplice intervista, in verità. Non credo nei litigi. Io credo nella pace. E credo anche alla possibilità di un’emorragia interna.” Fece una pausa aggiustarsi il telefono contro la guancia. “nutro anche un grande interesse” disse Kit “per quei proiettili di plastica che non lasciano tracce. Ne hai sentito parlare?”

“No.”

“Magari ho capito male. Sicuramente ho capito male. Forse è meglio ripiegare sul Misterioso Incidente Stradale”.

Nella cromatura del frigorifero scorse un riflesso della sua faccia, metà Shelley Winters e metà patata, le alterazioni ascendenti e discendenti finemente incise sotto i suoi occhi, come un intermezzo musicale nello svolgimento della sua pinguedine. In tutti i film con Shelley Winters che avesse mai visto, Shelley Winters era sempre quella che moriva.

            Il burro d’arachidi si era tutto attaccato alle gengive di Kit. Sul piano di cucina un vecchio melone aveva cominciato ad avvizzire e ritirarsi nel mezzo lungo la curva che conteneva i semi, come fauci di squalo, e allora lei tagliò uno spicchio e ne strofinò la punta umida in bocca. Era da un anno che Rafe non la baciava. Era una cosa, questa, di cui le importava e insieme no. Una donna doveva scegliere con attenzione la propria personale infelicità. Era questa l’unica felicità possibile: scegliere l’infelicità migliore. Una mossa sbagliata e, Dio, potresti perdere tutto.

[continua…]

* “Your smile is just a careless yawn” è il verso di una canzone, You’ve Changed,  che Kit non è sicura di ricordare bene.

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