Me li bevo come un liquore i trent’anni

fear and desire

Elenco di post che ho iniziato a scrivere e poi non pubblicato in queste ultime due settimane dal momento che ciascuno deve passare un rigorosissimo vetting che voi nemmeno ve lo sognate per mantenere quest’apparenza di spontaneità svagata da ‘butto giù la prima cosa che mi viene in mente’:

1)     Post ombelicale sull’ingratitudine e le sue virtù;

2)     Post ombelicale sulla disobbedienza e le sue virtù;

3)     Post ombelicale ma espresso con enfasi da sibilla invasata sull’importanza del praticare l’ingratitudine e la disobbedienza a trent’anni;

4)     Un racconto parodistico in cui si immaginava che, dopo aver tanto insistito per mandare nonna a passare l’estate nella casa di famiglia al mare per poterne occupare cinicamente la casa di Roma, si perdevano la suddetta nonna e anche la casa al mare in uno dei terremoti che sta colpendo la Versilia. Il racconto avrebbe preso la forma del delirante auto-da-fé, della commedia nera, un grottesco monologo in prima persona stile Memorie dal Sottosuolo dove con arguzia tranchant avrei enumerato i mille piccoli egoismi che puntellano la vita in famiglia;

5)     Prendendo le mosse dal passo citato nello scorso post dal romanzo di Matteo Marchesini Atti Mancati, una criptica riflessione, anch’essa ombelicale, sul fatto che non è solo il “togliere l’audio dell’esperienza” che può nuocere alla scrittura, ma anche alzarle troppo il volume.

6)     Un breve saggio di circa cinque cartelle, una sorta di personal essay in stile fosterwallaciano sulla vita agra delle estetiste;

Intanto che scartavo una per una tutte queste ipostesi mi sono imbattuta per caso in un brano di Oriana Fallaci che esprime molto meglio di quanto avrei saputo fare io gli argomenti di cui andavo ricamando ai punti 1,2 e 3 di cotesto elenco. Esso è tratto da Se il Sole Muore e ve lo copincollo:

«Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui. Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone. Ridete, piangete, sbagliate. Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro. Ve lo dico con umiltà, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così»

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1 Comment

  1. per tutti i diavoli! Parte un treno al minuto, lì da te… E ti invidio per questo e per i trent’anni.
    Spero quindi di leggere, un giorno, il saggio sull’egritudine delle estetiste e sulla sorte della nonna. Essendo io sull’ombelico del medesimo sisma, mi interessa anche per motivi, diciamo, di contesto.
    Un salutone!

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