Incandescenti, attraversiamo i muri – Note a margine di un giugno

girl in a room

1#

L’estate stenta ad arrivare ma ai gelsomini nessuno gliel’ha detto. Li vedo ovunque lungo i marciapiedi. Cespugli enormi, oberati di foglie e corolle bianche, oppressi da se stessi. Tutti lì a spandere profumi che l’aria è troppo fresca per trasportare, a lussureggiare per niente. Quando ci passi accanto ti pare di avvertirne il fremere ingordo, il tremito della fame. Meglio girare alla larga. Perché sospetto di sapere di cosa si stiano nutrendo i gelsomini in questo giugno tiepido, sotto questo sole pallidino. Secondo me di notte divorano gli ometti che scendono in strada a far pisciare il cane.

2#

Quando con un colpo d’ascia spezzi un circolo vizioso, la catena delle azioni e delle reazioni, quando trovi la disciplina che serve a smettere di rimuginare quando rimuginare fa male, quando ti sottrai alle coazioni a ripetere e ai ragionamenti ricorsivi, quando trovi il modo di non fare le domande che non sapevi trattenere. Ecco.

Quello che si prova è una sensazione di olimpico e totale dominio su te stesso che è meglio della gioia. O forse è la gioia, quell’elemento nel quale, diceva Cristina Campo, ci muoviamo fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale.

Incandescenti, attraversiamo i muri.

(cit.)

3#

Ho letto Atti Mancati di Matteo Marchesini. Mi è sembrato uno strumento musicale a prima vista perfetto, completo in ogni sua parte. Ad esaminarlo attentamente non manca di nulla, ogni elemento costitutivo è lì ad incastrarsi col successivo. Però non esce alcun suono. Ci soffi dentro e non succede nulla. O almeno, tra le mie mani è rimasto inerte. Forse il problema sono io.

Però c’è una frase che mi è rimasta impressa, un passaggio in cui il protagonista descrive il suo quotidiano alle prese con il lavoro solitario, la scrittura di questo e quello:

Non ricordi nemmeno più quando ha preso piede in te questa necessità di limare, escludere, cancellare tutto: rapporti, viaggi, imprevisti quotidiani. Sai solo che ora hai quasi raggiunto l’obbiettivo, lisciato ogni contorno, pareggiato ogni asperità, non ricordi più perché l’hai fatto. Ti chiedi per quanto tempo sarà possibile barare scrivendo il tuo articolo giornaliero senza lasciar capire che dietro è stato tolto l’audio dell’esperienza.

Ecco, io la capisco questa tentazione, questo vivere in levare, battendo sul vuoto anziché sul pieno. Vedere di quante cose puoi fare a meno. Magari non è sano, però lo capisco.

4#

L’ingratitudine – personale, familiare, affettiva, ma anche generazionale, culturale, di ceto – ha una cattiva reputazione, andrebbe rivalutata.

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13 Comments

  1. Vedo che in questi giorni di giugno tiepido ce l’abbiamo tu con quadrifogli e gelsomini, io con la mentuccia. Secondo me andrebbe rivalutato il basilico. Oltre all’ingratitudine, naturalmente, ma quello io l’ho già fatto.
    Il passo di Marchesini me lo annoto, e poi mi compro il libro (di carta, Flà, di carta, ancora un po’, ti prego).
    Le tue note a margine, io vorrei sempre rubartele.

  2. Non amo la narrativa italiana contemporanea, non la amo in genere, mi fa pensare subito al chiacchiericcio che maschera di felicità narrativa luoghi comuni imbellettati, a vaniloqui ideologici, al pattume culturale che abbiamo ingoiato in questi anni, all’eccessiva somiglianza al vuoto interiore che si incontra in ogni luogo.Detesto pure l’autore che ha talento e lo adopera deliberatamente per evitare i luoghi comuni, lì mi sembra subito menzogna. Amo, al contrario, la lontananza, i mondi remoti, l’improbabile, il paradosso, il sogno e la sconfitta. Non escludo in assoluto che questo possa essere espresso in lingua italiana, ma della narrativa degli ultimi 25 anni salvo davvero poco. Forse nulla. Volendo essere generoso, qualche brano, frammento, racconto. Dei nomi a caso: Gianni Celati, Paolo Nori, Antonio Delfini e qualche altro che al momento mi sfugge. Questa lunga premessa per sostenere che l’ingratidudine non ha alcun bisogno di essere rivalutata. Ha sempre avuto una posizione rilevante nelle relazioni tra gli uomini, in tutti i tempi e in tutte le generazioni. Ingratitudine interna alle generazioni. Ingratitudine trasversale, di anziani contro giovani, di giovani contro anziani. Ingratitudine tra amici, parenti, colleghi. L’ingratitudine, vendetta degli sconfitti, non ha mai deposto le armi. Credo invece che vada rivalutato il dono di sé agli altri. A patto, naturalmente, che gli altri accettino e gradiscano il dono.

  3. anch’io sono grata a chi fa dono di sé agli altri…ed è vero l’ingratitudine abbonda ovunque, non credo che sia una forma di vendetta, semplicemente una forma di meschinità che appartiene a chi sa di non aver alcuno splendore…e allora si sfoga male, come può…sulla narrativa italiana contemporanea si potrebbe parlare per ore, e i nomi sono davvero pochi…

  4. Non sapete quanto mi fa contenta che il mio commento (poco circostanziato, per fortuna, se fossi stata troppo comprensibile non sarebbe successo) abbia stimolato queste repliche.
    Io sono d’accordo con voi, sia sull’importanza del donare sia del riconoscere il dono, la riconoscenza se vogliamo. Quello su cui riflettevo sono le circostanze in cui il nostro sentirci in debito, la nostra gratitudine possono farci tradire noi stessi.
    Vi farò un esempio banale e terra terra: un genitore dice a un figlio “andiamo, voglio farti un regalo. Vuoi una maglietta? Ti compro una maglietta”. Il figlio sceglie una maglietta, quella che voleva, ma al genitore non piace per niente “Non questa! Te la sto regalando io, dev’essere una maglietta che piace a tutti e due”. Ora, io penso ai figli troppo grati, quelli che finiscono con una maglietta, un dono certo, che non volevano. Voi direte, il vero dono di sé è disinteressato, sarebbe mettere l’altro nella posizione di fare le sue scelte e quindi, anche quelle che potremmo non capire. Mi trovereste d’accordo, ma la mia osservazione empirica mi dice che è molto raro che questo succeda.
    Per cui perdonate la mia apologia dell’ingrato, io pensavo a tutti quelli che, per non deludere coloro a cui sono grati, smarriscono la propria rotta.

  5. E’ un aspetto che non avevo considerato a fondo, Brain. Non solo sei perdonata ma meriti gratitudine per avere avuto il coraggio di osare. Osare di dire una cosa sgradevole che la tua riflessione ha illuminato di nuova luce. C’è un’ingratitudine meschina e un’ingratidudine alla quale – come ci ricorda Nietzsche – siamo obbligati. Rinnegare i propri “maestri”, come “uccidere il padre”, è un passaggio necessario per creare sé stessi.

  6. Qualche giorno fa, poco prima di un colloquio di lavoro vagamente importante, lavoro è virgolettato, vagamente di cattivo umore entro in un bar. Appeso sopra la cassa c’era un cartello, quella roba ispirazionale molto comune al sud del genere “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno” oppure “fatti i cazzi tuoi e campi cent’anni”. Questo però era scritto a mano su un foglio a4 con un pennarello nero e diceva: NON FARE MAI DEL BENE SE NON HAI LA FORZA DI SOPPORTARE L’INGRATITUDINE.

    Ora, a parte il fatto che quello deve essere il messaggio più deprimente della storia, e non è nemmeno un proverbio vero, e mi chiedo ancora oggi se davvero esiste qualcuno che ha voglia di leggere quella cosa ogni mattina, a parte questo il messaggio non mi sembrava proprio fuori strada. Nel senso, si poteva formulare in modo che non sembrasse un memento mori, ma insomma.

    E ovviamente questo commento è un pretesto per dirti che i tuoi racconti mi erano piaciuti un sacco.

    1. Hai ragione, non è fuori strada e quanto mi piacerebbe sapere cosa, quale episodio catartico, a smosso l’autore del cartello al punto da fargli venir voglia di condividere questa riflessione.

      Questa risposta è, anche, un pretesto per ringraziarti e dirti che anche a me piacciono moltissimo le cose che scrivi.

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