La Marinière: ‘Na cosa di Righe



 
 
 
Adesso va di moda vestirsi a righe. Maglioni a righe, calzini, magliette a righe, calze a righe. La gente ha preso a fare foto con Instagram dei propri abiti a righe e condividerli sui social network. Spesso sono foto di gruppo in cui ciascuno posa con indosso qualcosa a righe. L’effetto complessivo è quello di una sinfonia di righe, una pletora di righe. Pletora, che bella parola. Come Carlinga.
 
Anche io ho diverse foto di questo tipo, perché anche io amo le righe. E amo la gente che ama le righe. E la gente che ama le righe mi ama. Per questo motivo capita non di rado che ci si veda per un caffè, o a una festa, e molti di noi si indossi qualcosa a righe.
 
Io amo le variazioni di bianco e nero, o di grigio e nero. Ma ammiro e riverisco quelli spiriti liberi che osano, sfoggiando righe di colori brillanti, arcobaleni di righe, righe in technicolor.
 
Sono succube delle mode? Mi piace pensare che questa sia un fortunato transito del gusto, in cui i capricci dei marchi di abbigliamento sono giunti per una volta a nobilitare una mia naturale predilezione.
Non è che se domani le passerelle degli stilisti si riempiono di roba a pallini io comincio a vestirmi a pallini, eh. Ci mancherebbe, anzi chiamiamoli Pois, o Puà, o Puah, che è più accurato. Io la odio la roba a puah. Per chi mi avete preso.
 
Le malelingue potrebbero obbiettare che questo è perché sono una radical-chic di merda. Che io e i miei amici quando ci riuniamo da Giufà combinati come tanti cosplayer ad una convention dell’ape Magà non siamo altro che il più trito stereotipo. Per forza poi ci mettiamo gli occhiali con la montatura nera e chiamiamo i nostri figli, chessò, Parsifal.
 
Ora, solo perché io e i miei amici siamo a vario titolo trentenni, variamente impiegati in settori creativi, variamente residenti a Roma in zona SanLorenzo/Pigneto, solo perché ci siamo laureati in Studi Orientali e beviamo Amaro del Capo, non è che si può fare di tutta l’erba un fascio, giusto? E solo perché guarda caso ci piacciono le righe. Per dire, a me piacciono anche i quadretti.
Non è che piacciano a tutti, i quadretti.
 
C’è tanta gente piena d’odio là fuori. Pronta a sputare veleno su me ed i miei amici per via dei nostri maglioni a righe. Io li odio quelli così.
 
Sappiano, questi censori, questi sputasentenze, che a me da piccola mi vestivano sempre a righe. Non c’è foto della mia infanzia in cui io non sia ritratta con indosso qualcosa a righe. Pagliaccetto a righe, maglioncini a righe, berretti di lana a righe.
È chiaro quindi che, quando indosso la mia Breton oggi, sto rivivendo tutta una serie di cose profonde e radicate nel mio inconscio che forse proprio questa riappropriazione fatta ora nell’età adulta mi sta permettendo di superare. Come al solito giudicate senza capire, superficiali.
 
Le righe portano seco un loro particolare messaggio. Dicono “Vorrei essere Jean Seberg”. Dicono “I’m a Mac”
“Ho un’ossessione per i font tipografici e il decorporno”.
Dicono “Mangio solo Ramen”.
“Ho fatto la Montessori”
Dicono “Pensate che io mi creda originale? So bene di non essere originale ma non mi importa di passare per uno che si sforza di essere originale e in questo sta la mia originalità”.
Dicono “Lo so che quando mi vedete così, in bicicletta, con la maglietta a righe e le cuffione nelle orecchie vorreste spaccarmi la faccia, aprire lo sportello dell’auto e uccidermi. Ma non lo fate. Ah! Non servirebbe a niente. Ce ne sono altri pronti a prendere il mio posto, il mio nome è legione”.
 
 
Tutto questo per dire.
Per dire che?
 
Mi piacciono le righe e non mi vergogno, no no, non mi vergogno.
 
Mh.
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2 Comments

  1. Avevo il sospetto che hipster fosse la parola giusta, ma odiandola ancora più di radical-chic l'ho omessa sperando che non venisse in mente a nessuno…Mi hai fatto tana 🙂

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