Nostos

–  Rimanete mai incantati a guardare le foto di immacolati interni sulle riviste o i siti di interior design? Sono buffe queste foto per come vi si simula la vita. C’è sempre qualche dettaglio messo lì a suggerire che in queste stanze qualcuno ci abita davvero, perché sennò sembrerebbero degli showroom dell’arredo e nessuno le vorrebbe guardare. Nessuno le guarderebbe dal momento che è l’invidia nostra per queste esistenze costose, ottimizzate e senza peso a renderle attraenti. E allora ecco una vestaglia lasciata cadere sul letto, un bicchiere mezzo vuoto. Vorrei  tanto chiedere se in quei cassetti, negli armadi e nelle cassepanche si cela la schifezza nient’affatto fotogenica che è di casa ovunque viva la gente normale: le briciole, le cartacce, le confezioni mezze aperte di veleno per le lumache, le batterie scariche e le monete spicciole. Ma so già la risposta: no, non c’è.
 
–  Vorrei scrivere qualcosa sulla tirannia delle cose ma è un pensiero banale. E allora la prendo larga, ci giro intorno, penso che se ne parlo come a parlar d’altro magari non si vedrà troppo che tutto muove da questa considerazione banale: che zavorra che sono gli oggetti.
 
–  Quando lasci un posto ti scopri ad essere proprietario di una gran quantità di roba che non usi, a cui non pensi, che non ricordi di aver scelto e a volte, davvero, non hai scelto. E tuttavia c’è, è tua, ne rispondi tu. Da dove viene?
Non l’hai invitata questa roba, non l’hai cercata, la tua colpa semmai è quella di non averla respinta, di non aver esercitato quotidianamente l’arte della selezione. E ora è tutta qui: il piatto su cui un amico ha portato una torta tre anni fa e che non hai mai restituito, libri che non hai amato, chiavi che non aprono più alcuna serratura, conchiglie che hai raccolto sovrappensiero e messo in tasca, certo non pensando che di loro un giorno ti dovrai occupare.
Allora occorre scegliere, discriminare, valutare. E però.
Però, ci sono cose che sono proprio tue, le hai volute, si potrebbe quasi dire che le ami ma hanno senso solo qui, in questo posto, questa casa. Potresti portarle via con te ma non sarebbe la stessa cosa. In ogni caso, le hai perse.
 
–  Questa non è una fine, è un cambiamento ci diciamo. Solo per un istante tutto il nostro fiducioso pragmatismo mostra la corda, ora che tu sei qui che leggi mentre io passo in rassegna i miei maglioni e faccio tre pile, quelli da portare via con me, quelli da lasciare qui e quelli da buttare. Questa non è una fine ma ugualmente rimaniamo zitti a guardarci e non guardarci, per non volerci chiedere a quale pila siamo destinati, noi due. Potrebbe essere triste tutto questo ma nel sorriso ostinato che ci scambiamo, ci riconosco.
 
– Gli hoarder sono quelle persone che non buttano niente, ogni tanto leggi di loro sui giornali, di solito quando ne muore uno e lo trovano settimane dopo seppellito sotto cataste di riviste vecchie. Gli hoarder non sopportano di disfarsi delle cose loro e spesso hanno bisogno di prendersi in carico pure quelle degli altri. Le loro case, cedute all’accumulazione senza senso, diventano delle fosse comuni degli oggetti inutili e loro ci vivono come talpe. Questa loro resa incondizionata alla tirannia delle cose non è fotogenica, è roba per l’ufficio d’igiene e gli assistenti sociali. E questo, si, mi pare molto triste a pensarci. Non so perché.
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