Questo è un miserere – Altre sette canzoni per soccombere

Ed eccoci alla seconda (e forse ultima, non ho deciso) puntata della serie “le playlist dello sconforto”, dedicata allo sconforto esistenziale. Voi vi chiederete: ma come gli viene a una, con questo caldo, di  disquisire a vuoto di tali tristezze? Non erano meglio Giuni Russo e i Righeira? Si, erano meglio. Ma se avessi aspettato ottobre per stilare questo elenco, con tutti gli ascolti approfonditi che il cimento richiede, mi sarei probabilmente tagliata le vene. Per non rischiare eccola qui:

He never ever saw it coming at all…
Canzone d’apertura, dal momento che essa è un po’ l’anello di congiunzione tra lo sconforto amoroso e quello esistenziale. A prestare attenzione al testo, molto rarefatto, di Regina Spektor si ha l’impressione che il movens del suo disagio, il volano emotivo della canzone sia stato un naufragio amoroso con annessa orgia di sensi di colpa. Solo che poi, la delusione sentimentale fa presto a farsi pessimismo cosmico, dal particolare subito si arriva all’universale, ed ecco che Regina sublima, sublima e si incupisce. E io dietro a lei:
Power to the people
We don’t want it
We want pleasure
And the TV’s try to rape us
And I guess that they’re succeeding
Now we’re going to these meetings
But we’re not doing any meeting
And we’re trying to be faithful but we’re cheating, cheating, cheating

Anche qui, è la delusione d’amore l’antefatto sottinteso della canzone. Ma non l’ho inserita nella compilation dello sconforto amoroso parchè questa è una canzone del giorno dopo, del ground zero esistenziale, del burn-out. When will I see you again? Mugola, ogni tanto, Neil Young ma è l’abitudine, non ci crede nemmeno lui. Mugola, dicevo, perché questo è uno dei brani in cui la voce già di per sé meravigliosamente lagnosa del nostro diventa perfetta espressione dell’annichilimento emotivo. C’è una vita da ricostruirsi pezzo pezzo, ma mancano le forze, ci si è scoperti vecchi e impauriti. Diceva in una sua poesia Mariangela Gualtieri “Il cuore rincuccia e trema, inghiotte tutti i bocconi”. Ed è vero, a volte il cuore dopo tanto inghiottire, te lo ritrovi a quattro zampe che con gemiti asmatici vomita una gigantesca palla di pelo. La voce di Neil Young è quel gemito che mette i brividi, quel cedimento, quella palla schifosa di desolazione.
Quanto siamo brutti, insopportabili, quando soffriamo? Impresentabili, ecco come. E con che coraggio ci mostriamo, così sfigurati, agli altri, a chi ci ama? E allora gli si vorrebbe dire, come in questa canzone: aspetta! Adesso ne vengo fuori, è stato un periodaccio:
I was drifting, crying
I was looking for an island
I was slipping under
I’ll pull the devil down with me one way or another

Al depresso prima o poi viene in testa questo pensiero, che si farà terra bruciata intorno. Gli altri non aspetteranno, si stancheranno e come biasimarli? Hanno conosciuto una persona brillante, generosa di sé, piena di vita, e ora si ritrovano in casa sta schifezza. E allora il depresso, quando non si ingegna a trovare nuovi modi per ispirare loro ancora maggiore repulsione, passa il tempo a supplicarli, neanche tanto velatamente, di avere pazienza, che tornerà quello/a di prima:
I’m out of my mind; think you can wait? I’m way off the line; think you can wait?

No prayers for November/ To linger longer/ Stick your spoon in the wall/ And we’ll slaughter them all…November. Come accennato qui, lo sconforto per me ha una forte componente stagionale. È in autunno che comincia a rendersi necessario l’esorcismo musicale di play-list come queste, quando si torna all’ora solare. È in autunno che io mi barrico in casa e reagisco soffiando e graffiando ogni volta che i miei cari cercano di farmi scendere dal divano. E allora, per solennizzare la data fatidica, mi faccio sempre trovare pronta con questo grande classicone di Tom Waits. Ci sono il suo inimitabile vocione ho-fatto-i-gargarismi-col-brecciolino, ululati di fisarmonica, versi da filastrocca dark…cosa si può volere di più?
November has tied me
To an old dead tree
Get word to April
To rescue me
November’s cold chain
Made of wet boots and rain
Out of Time è l’album dei R.E.M. che hanno tutti, pure quelli che non hanno mai più comprato un album dei R.E.M. in vita loro, pure le nonne, pure quelli che non ascoltano niente. In esso erano contenuti due singoli tormentone della band, Loosing my religion e Shiny happy people. E poi c’era questa canzoncina qua, questo lato B, e se servisse altra prova del fatto che il mio temperamento disforico ha radici antiche, ebbene: io avevo tredici anni quando ascoltavo Out of Time, lo ascoltavo avviluppata nel mio spleen neo-adolescenziale sul dondolo del Bagno Capri in Versilia, e Low era la canzone che mi piaceva di più. Low cattura il flusso di coscienza disconnesso e sfuggente della mente depressa, la deriva di un pensiero nella quale non esiste più la differenziazione: Dusk is dawn is day/ Where did it go? Low è una canzone della bipolarità, del doppio e della ciclicità estenuante – High and Low . La felicità e la disperazione sono un’alternanza. Ciascuna scolora nell’altra e quindi ognuna porta in sé l’intimazione dell’altra. E quindi non importa, sembra dire Micheal Stipe, la gioia non ha importanza, la tristezza non ha importanza:
You and me
We know about time
We know how things go
They come and go
They live and grow
They pass and go
And glow and glow
Up and down
High and low
Low, low, low
Low, low, low
Non ce la vogliamo mettere una bella canzone sul lutto? Ma si. I’ll be sad that I never held your hand as you were lowered, but I understand that I’ll never let it go…Alla morte di qualcuno, non importa quanto annunciata, i conti non sono mai chiusi. Scopriamo, inevitabilmente, che non abbiamo detto tutto quello che avevamo da dirgli. C’erano cose in sospeso, non importa se piccole o grandi, e le abbiamo demandate ad uno di quei tanti domani che esistono, si, ma in numero finito. Chi muore si porta via tutto questo, chi muore interrompe una conversazione. Ed è difficile, dopo, farne a meno. Quelle parole ci sono rimaste tutte in bocca, le cose che volevamo capire, le cose che non siamo riusciti a far capire, di noi, le risposte che non abbiamo ancora trovato:
And you never did learn to let the little things go
And you never did learn to let me be
And you never did learn to let little people grow
And you never did learn how to see

But I whisper that I love this man, now and for forever to your soul as it floats out of the window
To the world that you turned your back on,
To the world that never really let you be

Ve l’avevo risparmiato nella play-list dello sconforto amoroso per pietà (Famous Blue Raincoat? Dico…) ma ve lo beccate senz’altro qui e zitti. Leonard Cohen è, che ve lo dico a fare, compositore e lyricist monumentale, però sono decenni che non incide un album senza accompagnarsi a quello che alle mie orecchie di non iniziata sembra un Casiotonea pile, per non parlare delle due fastidiose coriste che si porta appresso. E allora vi presento The Future, nella mirabile versione di Teddy Thompson contenuta nel tribute album del 2005 “I’m your man”.
I’ve seen the future Brother: it is murder…Questa è una canzone del Grand Guignol, dell’apocalisse, della resa di conti che non tornano:
 Things are going to slide, slide in all directions
There won’t be nothing
Nothing you can measure anymore
And the blizzard, the blizzard of the world
has crossed the threshold
and it has overturned
the order of the soul
È una vertigine molto attuale, penso, quella che si prova a non capire il proprio tempo, ed è questo ciò che mi intristisce del brano. Cohen qui, quasi un Savonarola al contrario, ci dice che c’è, in questo futuro prossimo che non comprendiamo e di cui non ci curiamo, un tale indicibile orrore che quasi rimpiange quelli del passato, orrori di cui l’intelletto umano poteva arrivare a intuire i contorni e afferrare la misura– Give me back the Berlin wall/ Give me Stalin and St Paul/ Give me Christ or give me Hiroshima…
E all’impotenza del non capire, e del non poter fare niente il nostro risponde con questa canzone fantastica, sinistra e pirotecnica, un commiato, un chiamarsi fuori, un si salvi chi può (ma anche un po’ “mo’ so cazzi vostri”)
Your servant here, he has been told
to say it clear, to say it cold:
It’s over, it ain’t going
any further
And now the wheels of heaven stop
you feel the devil’s riding crop
Get ready for the future:
it is murder
* Bonus Track: Il fidanzato martire è, forse per sfogare i patimenti cagionati dalla convivenza con la sottoscritta, anche lui eccelso autore di canzoni dello sconforto mica da ridere…ve ne linko qui una perchè una tale tristezza non la si può non condividere. http://www.youtube.com/watch?v=F112ADOPdo4
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