Love, love will tear us apart again – 7 canzoni per soccombere

Io e il mio amico Stè ogni tanto amiamo regalarci vicendevolmente una play-list e, siccome ci unisce una comune passione per le canzoni tristissime, ci eravamo ripromessi che quest’anno la nostra lista sarebbe stata una personale summa delle canzoni tristi preferite, quelle terapeutiche e catartiche, quelle che ascolti quando ti senti un pò malinconico. Perchè delle volte per far passare la malinconia non c’è che dargli la stura, lasciarla sfogare finchè non si stufa e ti lascia in pace.

Poi è successo che, ovviamente, Stè è stato bravissimo e mi ha regalato una play-list fantastica. Io ho traccheggiato per ben 4 mesi e non ho nemmeno finito.

Però nel frattempo c’ho preso gusto, e allora la metto qui. Il criterio seguito è solo uno, questa è la mia personalissima selezione di canzoni della tristezza però, siccome dovevo scremare, ho adottato un impianto tematico. Il tema di questo post è “Lo sconforto amoroso” e poi, se per allora sarete ancora vivi, seguirà lo speciale “lo sconforto esistenziale”.

(Se cliccate sul titolo del brano c’è il link, sette video blogger non me li fa inserire)




Nick Cave non è per tutti, anche quando gli gira bene c’è chi lo trova una potente istigazione al suicidio. Nel 1997, P.J. Harvey lo mollò e il nostro reagì dando alla luce un album che non è solo una rêverie dell’amore finito ma proprio la sua raggelata autopsia, con sangue e viscere ovunque, epifanie livide, e una gran puzza di morte. La fine di un amore è una mattanza, ci dice Nick Cave, e ciascuna fine se le porta dietro tutte, ad ogni nuovo lutto d’amore si soffre per tutti gli amori, quelli già perduti da tempo, quelli che si credevano superati. E questo brano è il vero e proprio Mise en abyme dell’album, in cui alla descrizione impietosa della fine segue, in chiusura, il flash back, il ricordo della felicità perduta. E quant’ è lancinante contemplarla, quella felicità, con il senno atroce del poi:


If I could relive one day of my life
If I could relive just a single one
You on the balcony, my future wife
O who could have known, but no one…










E’ Natale e Joni Mitchell è sola a casa in California dove non nevica mai e la gente è strafatta pure sotto le feste. Allora Joni prende a tormentare distrattamente i tasti del pianoforte, accenna una malinconica esecuzione di Jingle Bells e medita sulla fine del suo amore. Adesso capisce che aveva trovato una perla d’uomo e che se alla fine il poveretto se n’è andato ciò è probabilmente da imputare alla sindrome premestruale di Joni, che dura trenta giorni al mese:





I’m so hard to handle
I’m selfish and I’m sad

Now I’ve gone and lost the best baby

That I ever had

I wish I had a river I could skate away on…





Ti capisco, Joni, ti capisco.






Ma si, l’avete superata. Sono passati mesi, anni, che volete che sia, sono cose che capitano. Siete rifioriti, state benissimo senza di lui/lei.

Eccetto quando sentite casualmente pronunciare il suo nome, o qualcuno ride di un risata che è tale e quale alla sua, o quando è primavera.

Praticamente, l’inno di chi c’è rimasto sotto.





La vergogna, riflette Polly Jean (forse dopo aver abbandonato Nick Cave, non ci è dato sapere) è l’ombra dell’amore, la sua faccia segreta. Perché si, per amore si fanno talora cose turpi, sbagliate, si annienta e ci si lascia annientare. E poi magari si cerca di andare avanti, ritrovare equilibrio. Però, come ci ha detto poc’anzi Nina Simone, ci sono attimi in cui ti pare che non hai superato niente, che sei rimasto ancora lì e che quell’amore ti tiene in scacco. Quando parliamo di sentimenti talvolta usiamo la parola “complicità” ed è un concetto ambiguo: in questa canzone gli amanti sono complici, ma di cosa? Si consumano piccoli e grandi crimini, nelle storie d’amore, e occorre sopravvivergli, ricostruirsi con fatica un’innocenza poi, dopo, perché sennò non potremmo re-innamorarci più.





If you tell lies
I still would take the blame
If you pass me by
It’s such a shame, shame, shame








Questa canzone può apparire incongrua in una play-list dedicata alla tristezza amorosa, perché apparentemente parla d’altro, di creatività, di musica, di estatici rapimenti. Solo che questa è, anche, una canzone che parla d’amore, o della sua assenza. Non di un amore specifico, ma di incompletezza, quel senso che, se non amiamo qualcuno, qualcosa manca. Il buon Banhart, che solitamente è uno abbastanza allegrotto, qui accenna al fatto che ci sono tante cose al mondo capaci di darci gioia, è bello creare, è bello avere piccole parole da plasmare, manipolare e fare tue. È bello sentire una vecchia canzone che non conoscevi e scoprire che, in quella canzone, c’è casa tua.
Però, l’amore sarebbe meglio, molto meglio. Ed è una sconsolata ammissione.

#6

Allora, c’è un’esegesi diffusa secondo la quale questa canzone parla di Gesù. Siccome tante altre canzoni di questo album parlano di Gesù, non è che posso stare più di tanto sindacare. Però, fermo restando che alcuni versi rimangono comunque criptici, sia che si riferiscano a Vostro Signore sia, come ritenevo io, ad un possibile fidanzato gay (To be alone with me / you went up on a tree/ I’ll never know the man who loved me…Ma che vvor dì Sufjan? Che vor dì?) Io l’avevo interpretata come una struggente canzone sul “Che farei io per te” e anche, se vogliamo, sul “se penso a tutto quel che hai fatto tu per me”. Perché ora – altro topos della canzone struggente – è troppo tardi.

E insomma, ci sono quegli amori che nascono tormentati, che hanno tutto contro, che per poterli vivere tocca dare via l’anima, mandarsi a scatafascio la vita. Come dicono anche i Baustelle a proposito della felicità, ci si arriva a nuoto. Ma a volte l’acqua è gelida come quella del lago Michigan, delle volte si arriva stremati a quell’incontro per il quale ci si è lasciati tutto alle spalle, e la gioia è mista a tristezza… Oppure parla di Gesù, ma che vi devo dire.




C’è stato un tempo, chi mi conosce lo sa, che io e Vinicio avevamo una profonda, mistica, intesa. Poi però, per l’appunto, la mistica gli ha preso la mano, ormai scrive solo canzoni sul vecchio testamento o sui misteri eleusini, e abbiamo preso strade diverse. Gli album nuovi li compro sempre, in ossequio ai nostri antichi fasti ma ormai è come quell’ex che quando lo rincontri dopo tanto tempo non sai che dirgli, si capisce che abitate universi lontanissimi, che quello che dice non ha senso, almeno per te.

Una piacevole eccezione è costituita dall’album ‘Da solo’. Nick Cave ci aveva già dimostrato che l’essere mollati è una cosa che spinge il musicista al concept album, e anche questo di Capossela è l’evidente parto di uno che è stato mollato e ha passato un intero inverno a casa da solo con un pianoforte e diverse bottiglie di vino. Siccome a me non mi hanno mollata ma a casa da sola tutto l’inverno con le bottiglie di vino ci sto sempre volentieri, Vinicio Capossela è tornato ad incupire le mie play-list di quando fa buio alle quattro del pomeriggio. La mia preferita dell’album è questa, Il paradiso dei calzini, che è una di quelle canzoni vigliacchette che sembrano parlare d’altro: dove vanno a finire i calzini, quando restano scompagnati, quando si perdono? Sembra una filastrocca da cantare ai bambini – chi si è lasciato cadere sul fondo/ chi non ha mai trovato il ritorno/ chi ha inseguito testardo un rattoppo/ chi si è fatto trovare sul fatto

Ma non la puoi cantare ai bambini perché più ti inoltri nei versi è più prendi coscienza che trattasi di SPAVENTOSO CORRELATIVO OGGETTIVO. È ‘na metafa, signore e signori! Mettete in salvo i ragazzini:


Dov’è andato a finire il tuo amore

quando si è perso lontano dal mio

dov’è andato a finire nessuno lo sa

ma di certo si troverà là.




Nel paradiso dei calzini

si ritrovano uniti e vicini

nel paradiso dei calzini

non c’è pena se non sei con me
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8 Comments

  1. Sono molto interessata alla playlist dello sconforto esistenziale.Molto.Benché non disdegni nemmeno lo sconforto amoroso, così attuale, per me, ultimamente (quello esistenziale, però, è un evergreen).

  2. @ StN:Ho cercato, con fatica, di evitare i classiconi per la playlist. Però si, sono sempre validi e concordo in particolare su Joy Division e i Cure.

  3. @Wonderdida:Non è escluso che lo faccia, magari scegliendo brani un po' più allegri, così non vi pensate che il tempo libero lo passo facendo le messe nere…

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