Discorsi Ancillari

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Per dirvi in quali firmamenti di sofisticato intellettualismo si invola l’anima mia ultimamente, vi anticipo che ci sono ben due argomenti su cui mi propongo di elaborare in questa sede. Uno è l’acquisto del mascara, il secondo è l’immortalità della lavatrice di mio padre. ‘Discorsi ancillari’ li avrebbe chiamati, anzi li chiamava, il mio professore di Latino del liceo, un uomo che oggi, in regime di politically correct sarebbe ridotto alla completa afasia poiché la tradizione orale non conserva traccia di alcuna sua esternazione che non possa essere considerata lesiva della soggettività di qualcuno. È un peccato, perché l’offesa gratuita (rivolta generalmente a noi) costituiva l’asse portante del suo senso dell’umorismo ed era ciò che ce lo rendeva vagamente caro.

Ma torniamo ad occuparci delle cavolate del giorno:


Il mascara:


Arriva un momento nella vita di una donna in cui ella si accorge che il mascara in suo possesso è finito. O seccato. O con il passare dei mesi, talora anni, si è trasformato in una coltura batterica capace di provocarle la cecità istantanea. In teoria, stando alle avvertenze riportate sulla confezione, un mascara andrebbe buttato dopo sei mesi ma nessuna lo fa. In parte per tirchieria o miseria delle proprie personali circostanze, in parte perché sei mesi sono il tempo che ci vuole perché il suddetto mascara raggiunga il grado perfetto di agglutinamento, non così liquido da lasciarti un impronta tatuata sulle gote come una maschera del carnevale di Venezia, né così secco da provocare la cosiddetta ‘forfora nera facciale’.

Infine, perché comprare un mascara nuovo è un’esperienza traumatica e irta di ostacoli. La competizione dei produttori di cosmetici rende inintelligibile il panorama complessivo dell’offerta, perpetuando l’inganno della differenziazione continua di un prodotto che nelle sue componenti base è rimasto inalterato dai tempi dei faraoni egiziani. I brand della cosmesi, non solo ci tengono a differenziarsi dalla concorrenza, ma tentano anche di differenziare tra loro i propri prodotti, proponendo non uno ma svariati possibili mascara, ciascuno dei quali promette in sostanza la stessa cosa: ciglia vagamente più voluminose.

Pillola di Quark: Lo sapete che la spazzoletta del mascara ha un nome specifico? Si chiama ‘scovolino’. Secondo me è una parola bellissima.

Quando, come è successo a me stamattina, ti avventuri in una Upim alla ricerca del mascara ti si para dinnanzi un gigantesco tabernacolo a vaschette, e in ciascuna ci sta un esemplare di mascara che, grazie a nomi presi in prestito dai libri fantasy o dai cartoni giapponesi coi robot, gridano al compratore la loro inimitabile uguaglianza a tutti gli altri. Non lo puoi neanche provare un mascara, a differenza dei rossetti per esempio, che almeno li puoi passare sul dorso della mano per saggiarne l’intensità cromatica, ti devi affidare al caso.

I mascara hanno nomi di un’ insensatezza quasi dadaista, generalmente stranieri ma  comprensibili anche al diversamente anglofono. Compensano la mancanza di innovazione sostanziale con la sfida a superarsi l’un l’altro in iperbole. C’è quello che si chiama ‘Architecture’, come se tenere gli occhi aperti sotto cotanto peso richiedesse un sistema di ponteggi, e promette ciglia 4D. Immagino che esse si protendano quindi non solo nello spazio ma anche nel tempo, probabilmente arrivano in ufficio mezzora prima di te e danno pure una spolverata in giro.

Ci sono quelli telescopici, stroboscopici e ipnotici. Quelli irresistibili, colossali, inimitabili, ultimi, estremi, sublimi, dopo di me il diluvio, io-sono-tuo-padre. Ne ho visto uno oggi che prometteva una lunghezza ‘illegale’. Ce lo chiede l’Europa di porre un tetto alla nostra metratura ciliare? È una sfida al rigore montiano?

Poi c’è quello che ha stipulato un contratto con le italiane, si impegna a garantire ‘un milione di ciglia per tutte’. Vi ricorda qualcuno?

Diciamoci la verità, nessuna di noi vuole un milione di ciglia, nemmeno se fossero ripartite al cinquanta e cinquanta su ciascun occhio. Se una avesse un milione di ciglia starebbe al circo, nota a tutti come ‘La Donna Paramecio’.

Vi è quello che gioca sul paradosso e proclama, vantandosene, un effetto ‘ciglia finte’. Bizzarro, perché avrei giurato che generalmente quelle che usano il mascara, lo preferiscono proprio in quanto alternativa alle ciglia finte, le quali sembrano, appunto, finte.

Comprereste uno shampoo che reclamizza un effetto parrucchino? No! Appunto, e allora perché venite a romperci le palle.

La Lavatrice:

Tornata a casa ancora scossa dall’acquisto del mascara ho provato nostalgia per un tempo passato e più ingenuo, in cui la società dei consumi non ti martellava la psiche cercando di farti riacquistare una cosa ogni sei mesi, un tempo in cui le merci ostentavano con più umiltà le loro doti. Niente mi fa rimpiangere quell’ innocenza perduta quanto la contemplazione della nostra lavatrice qui a Roma.

Essa, una San Giorgio modello Tema 764, era già qui quando siamo venuti ad abitare in questa casa, mi pare nel 1980. E anche allora non era nuova. È quindi possibile che io e la lavatrice si abbia la stessa età e delle due quella che se la porta meglio è indubbiamente lei.

Salvo trascurabili interventi di routine (quali il ripescaggio periodico di decine di ferretti di altrettanti reggiseni e conseguente mia umiliazione al cospetto dell’omino dell’assistenza tecnica ) la lavatrice ha svolto mirabilmente il suo lavoro per decenni. Senza nemmeno usare l’anticalcare che nello spot ti raccomandano sempre. Magari dentro ci sono le grotte carsiche, ma funziona a meraviglia.

È passato così tanto tempo che del libretto delle istruzioni ci sono pervenuti ad oggi solo alcuni spuri, ingialliti frammenti che occorre conservare con la massima cura perché altrimenti non sapremmo mai a quali temperature stiamo lavando la roba.

Questi superstiti foglietti parlano di un’altra epoca, come si evince dalla descrizione del ciclo di lavaggio numero 6, detto ‘del lavaggio breve’:



Breve lavaggio in acqua fredda […] per panni poco sporchi quali il lenzuolo e l’asciugamano dell’ospite, centrini o tovagliette impolverate, per togliere l’appretto o per la bagnatura di tessuti nuovi in cotone, lino o canapa prima della confezione.

I centrini! L’appretto! Le massaie che bagnano il cotone nuovo prima della confezione…chiudo gli occhi e sono tornata all’Italietta del boom.

E si, in fase di centrifuga è più rumorosa di un jet che decolla, e non è possibile lavare nulla a temperature inferiori ai 55° centigradi, ma come potremmo disfarci di lei? Questa longevità, in maniera non dissimile da quella del mio gatto (che ha 18 anni, facciamo tutti insieme le corna) suscita meraviglia e curiosità. Quanto ancora potrà campare? (la lavatrice, non il gatto), è un caso anomalo o il belpaese è infestato da cima a fondo di elettrodomestici indistruttibili? Il frigo di mia nonna, per esempio, è del 1960. Abbiamo qualche chance di entrare un giorno nel guinness dei primati?
E se adesso cominciamo ad usare l’anticalcare, andiamo ad aumentare le aspettative di vita  della lavatrice o magari invece alteriamo quel miracoloso equilibrio che l’ha tenuta in vita fino ad ora?

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3 Comments

  1. Sui mascara non mi pronuncio, per quanto sono innumerevoli i prodotti che si differenziano solo per il nome (cosa che permette al signor Ikea di riempire il suo catalogo, in effetti…). Ma ti risparmio il pistolotto nominalista e mi limito ad attendere il momento in cui si torni al concetto che "nomina sunt consequentia rerum".Sulla longevità degli elettrodomestici di una volta, è vero: credo che il punto di svolta (cioé la decisione che prima o poi dovessero rompersi) sia acaduta verso la fine degli anni '80 (osservazione empirica, basata sulle diverse prestazioni di due frigoriferi e televisori analoghi, acquistati tra il 1985 e il 1992). Io non ho nulla contro l'immortalità dell'elettrodomestico, intendiamoci; vorrei solo che non si dovesse aspettare la sua morte definitiva per cambiarlo: come con le persone, sono contro l'accanimento terapeutico. Ma mia madre non la pensa alla stessa maniera: è convinta che – come una volta – la lavatrice, il televisore, il frigorifero, eccetera, una volta entrati in casa, ne escano solo causa trasloco e ristrutturazione. La funzionalità dell'oggetto in sé passa in secondo piano: puoi anche dimostrarle che il frigorifero oramai scalda anziché raffreddare e che, nel farlo, consuma più di un forno industriale, ma lei si rifiuterà di intervenire alla radice.Questo suo modo di pensare è stato scosso per la prima volta l'anno scorso, quando sia la lavatrice, che il frigorifero diedero inevitabili segni di cedimento (dopo appena una ventina d'anni scarsa). Furono prontamente chiamati in soccorso i "tecnici della casa", il personale che l'azienda produttrice ti invia a risolvere i guasti: questi chiesero una cifra talmente folle che mia madre preferì acquistarli nuovi.Quello che che io ancora mi domando è se quel prezzo fosse quello giusto (anche perché suppongo che i ricambi provenissero da un furto presso un museo e fossero valutati a peso d'oro al mercato nero), se fosse un prezzo dettato dall'avidità, o se derivasse da una precisa indicazione delle aziende, per far vendere prodotti nuovi.Comunque sia, quando ci ritireremo in campagna, faremo a meno di tutto questo: i piatti si lavano nel ruscello come i panni e si mangia solo roba fresca di giornata.

  2. Ma così si inquina il ruscello! Come si vede che non sei stato scout. Per fortuna ci sarò io a impartire, grazie alla mia esperienza di trapper, le direttive per il corretto smaltimento dei prodotti chimici e per lavare piatti e panni in modo meno lesivo dell'ambiente.

  3. 😀 Magnifica Flavia!Una giornata difficile, la tua.Io non uso, verosimilmente, mascara. Ma accompagno spesso mia moglie a comprarlo. Mia moglie, livornese, è di molto estroversa e mi ha eletto unilateralmente a magister elegantiarum. Così che sono tenuto a accompagnarla nelle sue metafisiche consumistiche e nei suoi dubbi di estetica da banco di trucchi e profumi. I primi anni raccoglievo dati, indefesso. Oggi posso anche azzardarmi in ardite interpretazioni sul modelli e colori. Sbaglio spesso, ma lei non dà segno di accorgersene (perchè il logicus magister era poi solo un complice di vanità, se mi spiego).E dunque, cara Flavia, puoi sentirmi fratello, anche se dubito assai: il mascara per voi donne è come miele per i colibrì (non ho detto mosche, hai notato?).

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