A’Bbrù, fijo mio, ecchè pure te? – Cesare deve Morire, il film dei fratelli Taviani

Di un film come questo è difficile parlare. Da una parte, si rischiano di dire troppe ovvietà, di ripetere per l’ennesima volta la storia che Shakespeare si presta ad infinite possibili attualizzazioni e trasposizioni (yawn…) ma, dall’altra, non è che puoi liquidarlo dicendo quattro scemenze (che sarebbe più nel mio stile).
È un film ‘encomiabile’ per statuto, come potrebbe essere altrimenti? Perché è il Giulio Cesare, e perché sono i detenuti del carcere di Rebibbia a recitare. Perché ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino.
E si, va detto che questo è un uso dei più virtuosi del mezzo cinematografico, tutti ne usciamo arricchiti: i Taviani, che possono dire di aver girato un altro gran bel film; i detenuti, la cui ‘voglia’ di recitare, di essere lì e pronunciare quelle parole conferisce un’intensità quasi atroce ad ogni fotogramma; e gli spettatori, che per qualche ora si sono goduti il Giulio Cesare e delle performance, da parte degli attori, francamente straordinarie.
Tranne una. Ecco, in realtà ce n’è uno che è una pippa. Ma non si può dire! Non riesco nemmeno a dire chi…mi sento cattiva…vedete che vuol dire quando un film è meritevole per statuto? Vuol dire che le persone come me, che non hanno il coraggio delle proprie opinioni, magari finiscono per abbandonarsi ad una piccola ipocrisia. Se avessi visto un film con un cast fatto tutto di attori famosi e ce ne fosse stato uno meno bravo, che non mi ha convinto, lo direi. Ma un attore non professionista, un carcerato, per il quale questa occasione è stata importante per tante complesse ragioni? Se lo volete dire voi fate pure, Mostri, io non ce la faccio.
Per cui cambio argomento. Ci sono, encomiabilità a parte, tante ragioni per andare a vedere questo film. Le performance, come si è detto. E gli altri due grandi protagonisti del film: il carcere, i cui spazi sono stati impiegati e fotografati con effetti strepitosi; e il linguaggio, poiché ognuno degli attori ha recitato il testo shakespeariano usando il proprio accento e dialetto.
Nell’attualizzazione (di cui non volevo parlare ma eccola qui, mi schiaffeggerei da sola) della congiura, dell’eliminazione del capo che si è fatto tiranno, del conflitto tra ciò che si ‘deve fare’ e l’orrore di tradire chi si fida di noi vi è un paradigma che si ripete all’infinito, ovunque. I detenuti lo conoscono bene – è universale, certo, ma è anche roba loro, personale e concreta. Il linguaggio te lo ricorda, lo racconta.
Per questo motivo, alcune scelte registiche appaiono superflue e forse potevano essere evitate. Non serviva, per esempio, quella scena il cui Salvatore Striano, che interpreta Bruto, esce momentaneamente dal personaggio per raccontare di come si sia trovato lui stesso in una situazione simile. Lo spettatore già lo intuiva, ne è consapevole per tutto il film.
E ancora, non serviva quella battuta finale, pronunciata da Cossimo Rega/Cassio “Da quando ho conosciuto l’arte ‘sta cella è diventata una prigione”. È una riflessione, questa, che il film ci aveva già indotto a fare con altri espedienti, con l’alternarsi del colore e del bianco e nero, con la sequenza, ripetuta, del rientro in cella dopo lo spettacolo – c’era bisogno di metterci pure lo spiegone, anzi, lo spieghino?
Io penso di no.
E Antonio è un po’ una pippa. Ecco, l’ho detto, va bene?! L’ho detto.
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2 Comments

  1. Per fortuna non hai il coraggio delle tue opinioni!Se lo avessi avuto, cosa avresti detto di questo povero cristo? Avresti chiesto il suo scalpo? :-)A parte gli scherzi, è vero che ci sono cose che, per vari motivi, sono più difficilmente criticabili di altre. Cosa deve fare a questo punto l'osservatore? Forse deve limitarsi a dire quel che pensa senza farsi troppi problemi…

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