Questa faccenda del tornare

Foto pubblicata per gentilissima concessione di Antonella Buono (adorata): http://www.flickr.com/photos/pallamaio/sets/
Non è semplice tornare.

Il più delle volte faccio il biglietto mesi prima per risparmiare e poi non ci penso più. Quando poi la data della partenza arriva non sono preparata e allora, sempre un po’ all’ultimo momento, compio le necessarie operazioni preparatorie – faccio la valigia, stampo il biglietto, ma sono cose che faccio quasi da sonnambula perché la mia testa ancora non sa, non ha preso in considerazione questa faccenda del tornare.

 
La valigia viene fatta tutta un po’ a cazzo. Ma per forza, ci vuole immaginazione per preparare una valigia, molta presenza di spirito. Bisogna pensare a cosa si farà, come sarà il tempo, devi andare a una festa? Al mare? Hai un incontro di lavoro? Di tutto questo devi tenere conto, proiettarti nel futuro, calarti nel momento e pensare a questa versione di te che entrerà in scena magari tra due settimane – cosa le servirà? Avrà caldo? Freddo? Vorrà lisciarsi i capelli? Questa borsa non le parrà troppo piccola?


Ci sono delle volte che questo sforzo di immedesimazione non riesce, e infili roba a caso, è mezzanotte e ti sei pure dimenticata di prenotare il taxi.

 
Il sonnambulismo si dimostra una condizione dotata di grandi potenzialità strategiche non appena tu e le tue misere carabattole arrivate all’aeroporto.  Queste tratte intermedie sono noiose e c’è tutta l’ attesa, le file, le operazioni automatiche che chi è in partenza è stato addestrato a eseguire senza protesta: mettiti in coda – mostra il boarding pass – ringrazia – coda – leva il PC dalla borsa – metti in vaschetta – togliti le scarpe (Le scarpe?! A che punto il protocollo di sicurezza smette di essere sensato e diventa capricciosa vessazione delle autorità aeroportuali?) – riprenditi la borsa e le scarpe – vai a imbambolarti di nuovo in coda al Gate.

Se tutto fila liscio e senza intoppi, questa coreografia è talmente nota che posso rimanere in uno stato di semi-incoscienza fino al momento in cui il pilota comunica che stiamo per atterrare. Perché è vero, è un luogo comune, l’esperienza del transito è veramente l’essenza del non-luogo, scomodiamo pure Marc Augé. Mi ero ripromessa come al solito di lavorare sull’aereo ma non ci riesco perché le pretese del mondo reale sono lontane – non potete raggiungermi! Non potete nemmeno chiamarmi al cellulare. Ah! Rido di voi, che vorreste tormentarmi con le vostre mondane preoccupazioni e non potete, io sono in un posto che non esiste e sono in stand-by.

 
E poi lo shock del portellone che si apre e cambia tutto. Con tutti i sensi sono qui, c’è questa vaga gentilezza amniotica nell’aria che mi sorprende ogni volta, e c’è la luce e c’è l’odore. Il tempo di arrivare al carosello bagagli ad aspettare la mia povera valigia basta alla mente per elaborare tutti i dati più evidenti ‘Anvedi, questo posto è pieno di italiani’, le loro voci seguono una partitura diversa, riconoscibile anche da lontano, prima di intenderne le parole.

 
L’odore. Quello che ho addosso improvvisamente non va più bene, me lo sento sui vestiti, nei capelli – è odore d’Inghilterra che qui è estraneo, fuori posto. Prima di salire sull’aereo neanche sapevo che c’era e adesso è puzza! Puzza d’Inghilterra. Non riesco a pensare ad altro che a farmi la doccia, far prendere aria ai vestiti. Zaffate d’Inghilterra ogni volta che apro la borsa.

 
Se fossimo api, io sarei quella che è capitata nell’alveare sbagliato e il mio odore basterebbe a mettere in allarme tutto lo sciame. Le api indigene mi farebbero a pezzi. Per fortuna nessuno se ne accorge, neanche i cani dell’antidroga, nessuno decreta lo stato di quarantena. Sfilo compunta davanti ai doganieri annoiati e nessuno lancia l’allarme. Sono libera, sono qui e guadagno l’uscita.











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2 Comments

  1. Forse il problema – ammesso che ci sia un problema – non sta nel tornare, ma nel dover tornare. E, ovviamente, nel dover partire.Non sono i luoghi, è ciò che siamo, ciò che abbiamo vissuto e viviamo, ciò che non diciamo a noi stessi e agli altri. O forse è solo, si fa per dire, che pensiamo troppo.

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