Sfigati, si.

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Posso permettermi una reazione personalissima e anche un po’ emotiva dinnanzi alla vexata quaestiodei laureati ventottenni sfigati? Una reazione che non aggiunge nulla al dibattito – che mi pare sia stato già impareggiabilmente stroncato a colpi di dossier staraciani. Demolita la credibilità del raccomandatissimo Michel Martone, che resta da dire? Il prossimo che si fa avanti sarà bene che abbia la coscienza pulita.
Si potrebbe entrare nel merito e ricordarsi di tutte le peculiarità del nostro defunto sistema universitario, e di come esse facciano sì che un’analisi comparativa con i corsi di laurea degli altri paesi europei sia impossibile, o meglio, sia possibile solo raffrontando i dati degli ultimi anni, quando è entrato in vigore anche da noi il famigerato 3+2.
Ma dicevo, non è sulle specifiche che mi interessa riflettere. No, c’ho proprio voglia di lagnarmi. Voglio fare una lagna da bambocciona sfigata.
Si, Martone c’ha ragione, gli universitari italiani che si sono laureati dopo i ventotto anni sono degli sfigati, e pure quelli che si sono laureati prima, pure quelli di ventiquattro, sono degli sfigati. Io non so immaginare universitario più sfigato dell’universitario italiano.
Io ho impiegato per laurearmi quasi dieci anni, e sia chiaro che di questo incolpo più le mie personali inadeguatezze e indecisioni sul futuro che il sistema universitario. Però in quei dieci anni ho conosciuto tanta gente, colta, curiosa, energica, e se anche tanti loro si sono laureati tardi o hanno lasciato perdere, mi sa che il difetto è nel manico.
Insomma dicevo, dieci anni. In quei dieci anni ho cambiato idea almeno una dozzina di volte sull’utilità del laurearsi o meno. Ho cambiato corso di studi, ho lasciato perdere per almeno tre anni, o fatto altro. Ho deciso almeno cinque volte che non aveva senso continuare. Ho perso mille volte e poi vinto la battaglia contro l’ansia paralizzante che mi faceva passare mesi a preparare un esame salvo poi impedirmi di presentarmi a sostenerlo.
Per carità, problemi miei, personali. Però, se siamo in vena di paragoni, oggi mi accorgo che tutto questo, se fossi stata una under-grad di un’università inglese, non sarebbe mai potuto succedere. Mi sarebbero venuti a prendere a casa in barella, sarebbe stato un tripudio di tutor, e supervisor, e mentor. E rinegoziazioni del piano di studi, passaggi alla formula part time, e counselling, e workshop sull’ansia, corsi di yoga, training autogeno. Pensate che scherzo, ma è tutto vero. Se ad una società servono laureati, avrà i suoi laureati. Di questo si può stare ben certi.
L’università che ricordo io invece, è un istituto che compensava con un’enorme flessibilità e lasseiz-faire, la fondamentale carenza di servizi e un disinteresse organico per i destini individuali del corpo studente.
D’altronde, non è che all’uscita del tunnel, ci stia un mondo del lavoro che reclama a gran voce ‘Forza! ci servono più laureati!’
D’altronde non è che ti guardi intorno e vedi modelli positivi che ti ispirino a darti una sbrigata, non è che vedi gente che ti fa pensare ‘uh, guarda, quello si è laureato a ventiquattro anni e adesso a trenta è professore ordinario. O direttore d’azienda o primo ministro.
D’altronde non è che ti guardi intorno e dici, ma se non voglio laurearmi guarda quante opportunità professionali dignitosissime ci sono per chi invece impara un mestiere.
Magari una volta non era così, ma io ho il sospetto che la macchina universitaria italiana si sia evoluta negli anni per adattarsi a soddisfare l’unica vera esigenza del paese, quella di dare qualcosa da fare a una generazione, altrimenti, assolutamente inutile. Questo ha fatto sì che per anni il confronto politico sugli scopi e gli standard della formazione universitaria sia rimasta, al contrario che in altri paesi, larvale, abbozzata, portata avanti senza convinzione. Ma per forza, non c’è scopo alla nostra formazione, siamo un surplus di popolazione, un ripensamento tardivo, una generazione sulla quale nessuno ha scommesso niente e sulla quale quindi, non ha investito niente.
E fine della lagna. Io non dico che c’ho messo dieci anni a laurearmi e ne sono felice, anzi, mi rammarico di avergliela data vinta. Mi rammarico di essermi barcamenata tra studi e lavori sottopagati senza mai poter pensare che come laureata, dovrei meritare di più.
Nutro una sanissima invidia per coloro che hanno compiuto i loro studi nei termini prescritti, non perché li ritenga più svegli o intelligenti di quelli che non, ma perché non si sono lasciati abbattere, parcheggiare, deprimere.
Ogni tanto, una signorina dell’osservatorio di ‘Alma Laurea’, o meglio una poveretta che lavora in un call-center che esegue sondaggi per conto del suddetto istituto, mi telefona per monitorare i miei progressi lavorativi. C’è sempre un momento in cui mi deve rivolgere la stessa domanda di rito: ‘ritiene che il conseguimento del suo titolo di studio ha inciso positivamente sulle le sue opportunità lavorative e la retribuzione che ne consegue?’
E ogni volta le rispondo, che no, non ha inciso. Una volta la signorina mi ha pure risposto ‘a chi lo dice’.
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10 Comments

  1. come avrai capito dall'ultimo post (se l'hai letto) su questo tema non sono d'accrordo con te…prima di tutto cosa c'entra la credibilità del vice-ministro? un concetto è giusto o sbagliato a prescindere…ammesso che sia un raccomandato (non lo so, non m'interessa), é una cosa molto italiana (come direbbe Stanis La Rochelle) discutere su chi ha detto cosa piuttosto che nel merito…seconda cosa…a me non piace il modello di università di cui parli te con tripudio di tutor, e supervisor, mentor e yoga…qui in Belgio è simile (almeno nell'università dove sono io)…gli studenti sono seguiti come se si fosse al liceo, con verifiche intermedie senza voto per assicurarsi che stiano studiando…tutto questo secondo me é assurdo…uno studente universitario é un adulto, non un bambino e quindi deve essere in grado di cavarsela "da solo" (nel senso di se, come e quando studiare…é chiaro che va seguito nel merito della materia di studio)…l'università dev'essere selettiva, dal mio punto di vista…terzo…i laureati italiani non sono sfigati…quando vanno all'estero non hanno nessun problema a confrontarsi con i laureati di qualsiasi altro paese…il problema dell'Italia è il vuoto dopo la laurea, sia da un punto di vista lavorativo che in seno all'università…il discorso: "conosco un sacco di gente colta, curiosa, energica" che si è laureata dopo i ventotto anni non ha senso…non è la cultura, la curiosità o l'energia che vengono giudicate all'università…sono (o dovrebbero essere) le capacità…se poi si sta parlando di giudizi personali sulle persone siamo d'accordo che non si basano su l'ottenimento di un pezzo di carta o sul tempo impiegato per ottenerlo…ma fino a prova contraria non stiamo parlando di questo…io mi sono laureato un anno fuori corso, ma la responsabilità non è dell'università italiana…è mia che ho studiato meno di chi si è laureato prima di me…ed eventualmente è maggior merito di quelli più capaci che si sono laureati prima di me…comunque se hai lasciato perdere l'università per almeno tre anni, ce ne hai messi sette, non dieci…

  2. L'ho letto, l'ho letto :-)Guarda, secondo me siamo meno in disaccordo di quanto pensi:1)La questione sul curriculum del vice-ministro non inficerebbe necessariamente le sue considerazioni, e anzi, ho deliberatamente parlato di 'dossier staraciano' perchè mi ha fatto ridere il modo in cui è stato subito abbattuto. Però in bocca ad una persona che è il prodotto di flagrante nepotismo, quelle parole hanno un altro significato: 'sfigato' diventa di nuovo il modo, all'italiana, di dire non ti dai da fare, non brighi, non chiedi all'amico di papà…2) Sull'infantilizzazione dello studente all'estero: si, è eccessiva ma c'è un equilibrio da raggiungere, secondo me. Se una persona dimostra capacità non vedo perchè non la si debba sostenere nelle difficoltà che incontra. Non si tratta di coccolare un branco di ciuchi e farli laureare a tutti i costi. Si possono identificare le difficoltà più comunemente incontrate da chi studia e offrire strumenti mirati.3)Quando tu dici: "il problema dell'Italia è il vuoto dopo la laurea, sia da un punto di vista lavorativo che in seno all'università…" stai dicendo esattamente quello che stavo provando a dire io, forse in maniera non sufficientemente chiara. 4) Io non so come tu descrivi le capacità di un individuo, ma io le descrivo come cultura (intesa come conoscenze e strumenti culturali acquisiti) curiosità ed energia. Forse è il portato di un percorso di studi umanistico, il volerle chiamare così. Ma detta in soldoni il succo è questo: La gente a cui mi riferivo era pienamente all'altezza, superava gli esami col massimo dei voti (le capacità evidentemente c'erano) ma siccome precipitarsi verso quel vuoto di cui parli aveva poco senso non avevano incentivi a sbrigarsi, e si spendevano in altre direzioni. Infine, se ragioniamo ognuno singolarmente, forse nessuno di noi può dire in che misura è colpa del sistema universitario o di personali inadeguatezze. Però se vogliamo considerare i grandi numeri, l'ipotesi della 'sfiga' individuale non ha senso. Se così tanti studenti si laureano tardi qualcosa, semplicemente, non funziona.

  3. invece mi sa che siamo meno d'accordo di quanto pensi temettendo da parte i ciuchi, secondo me non è compito dell'università occuparsi nè della voglia di studiare degli studenti, nè (e qui rischio di passare per insensibile, in parte a ragione) dell'ansia da esame…entrambe sono capacità (o mancanze di capacità) e rientrano nelle cose che l'università deve giudicare…un giocatore di tennis con grande talento e grande energia, avrà risultati mediocri se manca di voglia di allenarsi e se sui punti importanti gli viene il braccino…fammi ribadire che sto parlando di metro di giudizio di studenti da parte dell'università, non di metro di giudizio di individui da parte di altri individui…prendere come alibi il vuoto che c'è dopo è sbagliato…che vantaggi puoi avere ad aspettare prima di raggiungere il vuoto che c'è dopo? anzi, vista la situazione con cui ti dovrai scontrare dopo, prima ci arrivi e meglio è…e comunque stiamo dicendo cose diverse, perchè te sostieni che il sistema universitario (si parla sempre di come l'università prepara gli studenti) italiano è inadeguato…mentre io sostengo di no…per quanto riguarda i "tanti studendi che si laureano tardi"…ti faccio l'esempio del mio corso di laurea…il mio anno era l'ultimo prima della riforma 3+2…quando ho iniziato il tempo medio per laurearsi in ingegneria a Firenze erano 9 anni (i famosi ventottenni per l'appunto)…dopo il primo anno molti del mio corso di laurea sono passati al nuovo ordinamento e al vecchio siamo rimasti solo una quindicina…tutti tranne due o tre ci siamo laureati in massimo sei anni…e comunque anche gli altri ce ne hanno messi meno di nove…

  4. No, allora direi che non siamo affatto d'accordo.Se a laurearsi tardi sono solo una piccola percentuale di disadattati, si puo' benissimo dire che la formazione universitaria in complesso "funziona". Ma se (e l'ultima volta che ho controllato era così ma magari è cambiato tutto, ma allora di che stiamo parlando?) la laurea conseguita in ritardo coinvolge percentuali elevate, allora l'inadeguatezza è del sistema. Infine, formazione e selezione sono entrambe finalità dell'istruzione. Il tuo ragionamento mi sembra addirittura pericoloso: allora, tanto più rendiamo l'università respingente e psicologicamente difficile da gestire, tanto più chi sopravvive sarà 'migliore' e più 'forte'. L'università deve sfornare laureati o agenti del Mossad? Torno a ripetere, se ad una società servono laureati, farà su di essi un investimento commisurato, in termine di risorse, finanziamenti e, anche, 'problem solving'. Il motivo per cui questo in Italia non succede secondo me è autoevidente.

  5. Io (per tutta una serie di questioni personali che vi risparmio) ho iniziato l'Università con tre anni di ritardo, poi Ferdinando Cordova mi ha fatto lavorare quindici mesi sulla tesi di laurea (lo dico con affetto e gratitudine), per cui mi sono laureato a 28 anni.A differenza di quanto pensa questo raponzolo con gli occhiali che fa il viceministro, non mi sento uno sfigato. A differenza sua, non devo niente a nessuno, per cui è da vedersi chi è davvero lo sfigato.Sulla rovina in cui versa l'Università italiana sono talmente concorde con Flavia che potrei lavorare all'Air France (ah ah ah!!! Che battuta sofisticatissssssssssssima!).Certo, finchè sarà viceministro il raponzolo, dubito che assisteremo a miglioramenti, ma non vorrei apparire unilaterale…

  6. non ho parlato di percentuali di laureati largamente fuoricorso…sto semplicemente dicendo che la colpa dei largamente fuoricorso in Italia, secondo me, non è dell'università, ma degli studenti stessi…io sono testimone di gente dalle capacità niente più che nella media che mettendoci impegno (e neanche eccezionale) si è laureata in 6 anni in ingegneria (che non è proprio una passeggiata di salute come facoltà)… e poi, gentilmente, non mi mettere sulla tastiera cose che non ho scritto…io non ho mai detto che l'università deve essere respingente e psicologicamente difficile da gestire…ho detto che non è il liceo e visto che stiamo parlando di adulti, non è compito dell'università di occuparsi della voglia di studiare degli studenti o della capacità di affrontare situazioni di stress…e in ogni caso l'università del Mossad sembra più quella che piace a te, visto che quella che piace a me lascia totale libertà allo studente (che poi è responsabile di come la gestisce)…quella che piace a te invece si occupa dello studente in ogni dettaglio…qui in Belgio lo studente può dare un esame solo due volte all'anno…e poi se alla fine dell'anno non ha una media di 12 (i voti sono in ventesimi)…non può iscriversi all'anno successivo e deve ridare gli asami per i quali non ha ottenuto almeno 12…in pratica gli studenti sono costretti ad essere in corso con gli esami…

  7. Mah, senti, mi pare che il discorso si stia avvolgendo su se stesso. Comunque,io continuo a pensare che se le percentuali sono alte, la spiegazione 'è colpa dei singoli fuori corso' semplicemente non tiene. E la percentuale è alta, si era abbassata con l'introduzione del 3+2 ed è poi andata risalendo.ti allego un paio di link:http://www.universita.it/rapporto-cnvsu-2011-matricole-fuori-corso/http://www.corriere.it/cronache/08_febbraio_28/universita_fuoricorso_5d4c90ec-e5c4-11dc-ab61-0003ba99c667.shtmlInfine, gli esempi che fai sull'università belga a me sembrano confermare e non smentire le mie impressioni. Si può benissimo esigere puntualità e performance nello svolgimento degli studi e allo stesso tempo mettere a disposizione strumenti mirati (che non sono obbligatori, sono per chi ha problemi) ad assistere nelle difficoltà più comunemente sperimentate da chi studia.Non ci vedo niente di sconvolgente, anche in considerazione del fatto che gli atenei non sono solo i luoghi dove si pratica la selezione della specie, ma dove si offrono servizi a persone che, ricordiamoci, pagano.

  8. intanto i link che hai postato parlano di generici fuori corso…e una cosa è andare fuori corso di un anno o due, un'altra di quattro o cinque…se la colpa è del sistema come li spieghi quelli che si laureano prima dei 28 anni nonostante il sistema? tutti dei geni? ad occhio direi di no…secondo il tuo ragionamento l'elevata percentuale di evasione fiscale in Italia sarebbe da imputare all'agenzia delle entrate? in realtà l'auto-assoluzione è sport nazionale in Italia (e non parlo di te, perchè ti sei presa le tue responsabilità quando hai parlato del tuo caso specifico)i servizi che offre l'università non sono quelli di fare da balia agli studenti, ma su questo siamo in evidente disaccordo e mi sa che lo resteremo…comunque non è che i prodotti di questo sistema belga splendano nel firmamento mondiale dei laureati (secondo me i laureati italiani restano di un livello decisamente superiore)

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