Le Mortificazioni della Carne

Queste sono alcune delle mie letture delle ultime settimane. Perché mi faccio del male, chiederete voi?
Una delle poche cose che ricordo con chiarezza del mio primo anno all’università è che diventai vegetariana. E così per qualche anno, fino a che una sera, intorno al mio ventiseiesimo compleanno, in un ristorante di Trastevere capitolai davanti ad un piatto di pasta alle vongole.
Sarebbe potuto rimanere un incidente isolato, ma all’epoca c’erano buone ragioni per reintegrare carne e pesce nella mia dieta; mangiavo fuori casa quasi tutta la settimana, e senza un minimo di organizzazione e tempo da dedicare alla cucina, l’alimentazione di una vegetariana under budget nella Roma di fine millennio facilmente scadeva in una routine fatta di tanti, troppi, tramezzini mozzarella e pomodoro.
A questo punto è bene che io chiarisca che i miei dubbi riguardo al mangiare carne non sono connessi alla possibilità che uccidere un animale sia in sé sbagliato. Piuttosto credo che allevarli e ucciderli crudelmente sia sbagliato. E, in più, penso che l’impatto sull’ambiente della zootecnia moderna sia lesivo ed ecologicamente insostenibile
Non intendo tirare in ballo questioni sulla ‘naturalità’ del mangiare carne, ho già avuto la mia fetta di interminabili discussioni con conoscenti e passanti occasionali a questo riguardo. Fino a che punto un’alimentazione carnivora sia iscritta nella nostra biologia, è più o meno irrilevante. Gran parte di ciò che chiamiamo etica è una negoziazione con i nostri istinti da una parte, e la tensione verso varie concezioni di ‘bene comune’ dall’altra, non vedo perché il cibo debba fare eccezione.
Ci sono però alcune considerazioni che mi impediscono di abbracciare una dieta vegetariana assoluta.
In primis, la coscienza del ruolo che occupa la carne, e il suo consumo, nelle culture umane. Negli anni del mio oltranzismo ho avuto spesso la sensazione di essermi persa delle cose. Un pranzo di Natale, ovunque sia, è un rituale codificato dove vengono serviti alimenti che spesso, se vai a vedere, vengono da una lunga, affascinante tradizione. Ho sempre avuto il dubbio che prendere parte, portandomi dietro il seitan da casa, non fosse mai del tutto prendere parte. Ha un bel dire Jonathan Safran Foer che ‘forse è il momento di ‘inventare nuove tradizioni’. Sarà la storica che è in me, ma io provo sempre un po’ di tristezza per le tradizioni, i saperi, che dimentichiamo.
Eppoi, viaggiare da vegetariani non è la stessa cosa. Perché viaggiare è buttarsi dentro un posto nuovo, provare cose sconosciute, assaggiare, ascoltare, guardare. Per carità, ci sono paesi dove da vegetariani si vive benissimo, anzi, si ha la sensazione di essere in perfetta armonia. Ma in altri, è quasi grottesco impersonare il ruolo della turista europea radical-chic che non può mangiare quasi niente della cucina locale.
Infine, c’è il problema dell’accettare l’altrui ospitalità senza mandare l’ospite nel panico. Mia madre, il cui orientamento pedagogico temo fosse largamente ispirato a quello del Capitano Von Trapp di ‘Tutti Insieme Appassionatamente’, non mancava mai di congedarmi con il seguente viatico ogni volta che ero invitata a casa di qualcuno:
1)     Mangia tutto quello che ti danno. Anche se non ti piace, anche se sei allergica, anche se un rapido esame organolettico sembrerebbe suggerire che il cibo in questione sia avariato o contaminato con polonio 210.
2)     Se devi fare una telefonata, lascia sempre accanto al telefono un contributo monetario corrispondente al probabile costo in bolletta sostenuto dal padrone di casa. Eccoti qui un contascatti portatile, una tabella tariffaria SIP aggiornata e un sacchetto di monete da duecento lire.
3)     Se rimani a dormire, al mattino rimuovi e piega tutte le lenzuola, coperte e federe dal letto. Lasciale sul materasso impilate e allineate lungo l’angolo destro inferiore del suddetto.
Avendo ricevuto una tale educazione, capirete che per me, dire a qualcuno ‘si vengo a cena ma sono vegetariana’ è un problema. Lo so che i tempi sono cambiati e il mio ospite non ha necessariamente sgozzato il suo più bel vitello in previsione del mio arrivo, ma tant’è.
Ma torniamo al dunque. Per anni ho evitato si interrogarmi sul problema e prendere alcuna decisione. Quello che doveva essere una breve pausa di riflessione sul vegetarianismo si è trasformato in un quasi decennio di beatitudine onnivora. Però, ora, vuoi le letture, vuoi che qui in Inghilterra, ultimamente, l’attenzione dei media sull’impatto ambientale e i risvolti etici della produzione di certi alimenti è notevole, dovrei essere un’eremita per rimanere ancora all’oscuro di cosa succede nella breve e tormentata vita di una gallina ovaiola.
Mesi fa, un po’ per caso, siamo diventati membri di una cooperativa agraria biologica che è qui ad un tiro di schioppo da casa. Per 10 sterline a settimana tutta la verdura che chiunque possa ragionevolmente volere in una vita, senza pesticidi, a filiera cortissima, chilometri zero.
E già ero lì che mi ingozzavo con le primizie di stagione, crogiolandomi nella beata certezza che non stavo contribuendo oltremodo al surriscaldamento del pianeta, che i vecchi dubbi hanno ricominciato ad assillarmi. Che senso ha mangiare zucchine a chilometri zero, continuando nel frattempo a comprare la carne al supermercato?
E allora ho smesso di nuovo, con più elasticità rispetto a prima, riservandomi piuttosto di optare per il consumo critico in occasione di feste comandate, viaggi in terre lontane e, appunto, inviti a cena da parte di carnivori inveterati.
E voi direte ‘vabbeh, hai deciso, perché ce la meni a noi?’. Giuro che non è mia intenzione fare del proselitismo, è solo che i miei dubbi continuano.
E’ meglio mangiare un pollo campese allevato a terra da un piccolo allevatore dietro casa tua, o mangiare tofu che con tutta probabilità a fatto il giro del mondo prima di arrivare al tuo supermercato di fiducia?
I due libri (di ricette) che sto leggendo ultimamente, Vegonomicon e Lucid Food mi danno un po’ da pensare. Entrambi partono da considerazioni che sono anche mie, animaliste da un lato, ‘glocal’ dall’altro. Ma sono tra loro in contraddizione. Mangiare a filiera corta implica, anche, il consumo responsabile di derivati animali, purché non importati e allevati secondo determinati criteri. Suona bene, ma io non posso andare a visitare uno per uno tutti i produttori locali di uova. Come consumatrice, posso scegliere fino ad un certo punto, dopodiché è un atto di fede.
Un approccio vegan sembrerebbe risolvere alla radice il problema di dare denaro alle industrie non etiche. Solo che per ricavare tutti gli elementi nutritivi che ti servono, qualsiasi ricettario vegan prescrive una lista infinita di alimenti che, oltre che cari, provengono da ogni parte del mondo: tofu, quinoa, miso, lievito nutrizionale eccetera eccetera.
Perché ho l’impressione il tutto si riduca come al solito a scegliere il male minore?
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13 Comments

  1. Ti sorprenderà, ma anche io ultimamente mi sono soffermato a riflettere sulla questione dell'ecosostenibilità (anche se lo faccio come i razzisti: «la Natura è bene, purché stia a casa sua», dove "casa sua" è un posto lontano da me).Riciclo e separo i rifiuti, scompongo i pacchetti di sigarette e mi sento un po' in colpa per il filtro.Ora, proprio di fronte a un banco carni di un supermercato ho notato che ci fosse troppa scelta: insomma, per allestire un metro e mezzo di cosce di pollo, quanti polli servono? E il resto del pollo dov'è? Lo stesso dicasi per il filetto, per quelle interminabili sfilze di prosciutti eccetera.MI è venuto da chiedermi se fosse necessario lo spreco che inevitabilmente soggiace a quello che vediamo sui banchi dei supermercati e dei mercati, e se non fosse invece preferibile una gestione più diretta della filiera produttiva.Mi spiego: nelle macellerie di paese (ma lo stesso accade dai contadini) la disponibilità di determinati prodotti varia in relazione all'uccisione della bestia (o della stagione); oggi ho il filetto, domani no; oggi ho le fragole, domani no.Sembra invece che si viva in un mondo in cui i maiali abbiano 100 zampe e i campi "nostrani" producano frutta di stagione tutto l'anno. Colpa del consumismo, certamente… ma non è che se uno potesse scegliere fra meno merce, consumerebbe di meno; o almeno, se io vado a comprare X e non lo trovo, ci sarà pure un equivalente!E tuttavia questi equivalenti spesso sono forse ancor meno sostenibili, da un punto di vista ecologico: come giustamente dicevi, prodotti che per arrivare fino a noi hanno viaggiato per mezzo globo, hanno un impatto minore? E perché un ananas brasiliano costa meno di un chilo di mele raccolte a Terracina?Il problema dunque non è tanto dei consumi, ma dei costi che questi consumi nascondono. Forse, è che l'Occidente intero si è abituato dal secondo dopoguerra a vivere MOLTO al di sopra delle proprie possibilità; tutto è diventato a portata di mano, sono disponibile opportunità che i nostri avi non avrebbero mai potuto prendere. Basti pensare al "viaggiare": prendi un aereo e vai in vacanza a Berlino, New York, Tokyo; cento anni fa, praticamente nessuno avrebbe potuto permetterselo.E lo stesso dicasi per l'auto, i vestiti e – perché no – per le scelte alimentari.A questo punto però mi è venuto da pensare che non avremmo potuto fare tutto da soli; insomma l'aumento della ricchezza di due contineni è stato frutto del caso o piuttosto di una sapiente manovra politica, finalizzata a creare un ceto medio gaudente simile alla plebe dei cittadini nella roma imperiale: privi di ogni diritto, ma convinti di essere i signori del mondo perché avevano panem et circenses.Probabilmente non è così, ma il risultato finale è praticamente lo stesso: siamo arrivati a vivere in un mondo che ci fornisce una serie di cose di cui non abbiamo bisogno al modico prezzo di un'alienazione da una condizione umana più sostenibile.Chiudo il mio delirio, con un "Mi Piace" gigante per il viatico di tua madre (così simile a quello di mia mamma…), che sembra uscito dall'Enciclopedia della Donna (un capolavoro degli anni '60)!

  2. beh cla, se le questioni inerenti all'ecosostenibilità hanno infiltrato anche la tua coscienza (tu,quello del 'mettiamo Roma sotto una calotta di vetro e accendiamo i condizionatori a palla) allora il problema è urgente!! :-)Quello che dici è molto vero, c'entrano un sacco di questioni, tra cui quanto costi poco importare merci altrove dove i produttori guadagnano due lire.C'entra il problema della richiesta, se ci ostiniamo a voler comprare fragole a gennaio, non ci possiamo stupire che i supermercati le vendano…E le certificazioni! Non c'è trasparenza, 'pollo allevato a terra' è una dicitura che può nascondere una quantità di orrori, a seconda della legislazione del paese produttore. Francamente uno si sconforta.

  3. Mi sono andato a leggere il regolamento Cee 1538/91, che riguarda fra l'altro i metodi di allevamento (dico "fra l'altro" perché regolamenta anche i tagli e il loro aspetto esteriore). Effettivamente basta fargli annusare l'aria ogni tanto, che il pollo è considerato ruspante…Sull'aria condizionata, ho maturto una posizione di contrarietà relativa: no in uffici, macchine, case. La ammetto solo in alcune attività commerciali (quelle sviluppate in antri privi di aerazione). Anche in quel caso, tutavia, imporrei un limite ai costruttori: alla SmA, per tutto agosto, si sono svolti i Campionati di Pattinaggio su Ghiaccio… Forse, un paio di gradi in più avrebbero potuto permetterseli.

  4. Flavia,hai mai visto un asparago crescere velocizzando i fotogrammi di una ripresa video? Sembra molto più vitale di una cozza attaccata allo scoglio.E' difficile scegliere in un mondo gestito da altri umani.Il pollo ruspante ha un sapore molto diverso da quello d'allevamento, i bambini si sono abituati alle essenze utilizzate nelle merendine e rimangono stupiti assaggiando una fragola vera.La moderazione mi sembra la soluzione migliore, secondo la filosofia della "decrescita" sostenuta da Latouche. Contatti estesi sul territorio: il macellaio o il fruttivendolo che conosci e che ritieni amici perché ti consentono di nutrirti civilmente e non come i barbari. Rapporti umani e non consumatore / produttore.

  5. @Claudio:Si, e considera che i parametri della comunità europea sono più stringenti di quelli americani, la dicitura anglofona è 'free-range'. Ma entrambe vogliono dire poco e niente. Foer nel suo libro commenta 'potrei allevare un centinaio di tacchini sotto al mio lavandino e chiamarli free-range'. La situazione europea non è di molto migliore.@Zdenek,sono d'accordo con te su moderazione e decrescita. Non mangiare carne quotidianamente ma solo quando proprio ne ho voglia implica che quando la compro, ho più soldi da spendere e posso evitare il supermercato. Ci sono molti piccoli produttori qui in inghilterra che si sforzano di allevare in modo etico, sono contenta che i miei soldi vadano a loro.

  6. Forse perché vivo anche io in Inghilterra (pardon, in Galles) mi interrogo anche io sulle cose di cui parli nel tuo post. Non credo che potrei diventare vegetariano, neppure con l’opzione carnivora in roaming come te. Ma dopo il primo anno in cui vivevo succube degli scaffali del supermercato, ho sentito la necessità di prendere in mano la situazione. Non solo la carne del supermercato è prodotta in modi dubbi, ma non è nemmeno buona, dal punto di vista organolettico e da quello della salute. Bisogna oltretutto fare attenzione al fatto che le indicazioni di provenienza sono spesso ingannevoli. In alcuni casi, basta che un prodotto semilavorato sia finito di lavorare in Europa per poter essere venduto come prodotto europeo: è il caso dei polli delle categorie tipo “xxx value” o “basic”, che sono spesso importati dal Sudamerica semi-essiccati (sotto sale) perché la carne essiccata ha meno tasse di importazione, per poi essere iniettati d’acqua e centrifugati in Europa (ecco perché quando li cuoci cacciano un litro d’acqua).La stessa cosa vale però per le verdure, che non hanno in sé la minima parvenza di gusto, essendo cronicamente fuori stagione.Da un anno, io e Tim compriamo la maggior parte della nostra verdura, ma anche della carne, al farmers market. Per la verdura siamo sicuri che sia anche biologica, per la carne non abbiamo altre sicurezze che la migliore qualità della stessa. Non ho l’impressione di spendere di più rispetto a quando facevo la spesa solo al supermercato. Mi chiedo spesso quanto questo stile di vita sia o meno quello di un privilegiato. Ho però l’impressione che non sia del tutto così. Nella mia esperienza, acquistare prodotti biologici e/o locali diventa insostenibile quando le quantità di cibo che vuoi ingerire sono esagerate, ma anche se vuoi avere la possibilità di comprare da mangiare sempre e comunque, come puoi fare nei supermercati inglesi aperti fino alle 23.Da ultimo, senza essere vegetariano, io non mangio carne (o pesce) tutti i giorni, e se vado a pranzo con i miei colleghi scelgo spesso un bar vegetariano vicino alla facoltà. Mi ha colpito però lo stupore del mio prof. di qui quando, ad una recente cena di dipartimento, ho preso il piatto vegetariano. Ho l’impressione che, certo, in questo paese trovi scritto anche sull’olio che è suitable for vegetarians, ma che essere vegetariani è, nella percezione di molti, come avere un’allergia. Per la media della popolazione, il consumo di verdure resta comunque accessorio (ed eventuale) rispetto al mangiare carne.Ecco, ho scritto un lungo sproloquio che non c’entra molto con il tuo post. Magari nel prossimo commento sarò più sul pezzo.

  7. Ho rispetto per vegetariani e vegani, ma proprio non riesco a considerare un assassino chi mangia carne e pesce. Lo dico senza polemica alcuna, per carità. Non ammetto invece gli eccessi, la gratuità di certe violenze compiute ai danni degli animali (nell'allevamento e nelle modalità di uccisione) e la non consapevolezza che un eccessivo consumo di carne è nocivo per la salute.

  8. @LAV: grazie per la chiarificazione :-)@Zednek:Tutto quello che so sul Principe Carlo è che ha fondato una sua linea di prodotti biologici, chiamata Duchy. Il che è senz'altro encomiabile ma è difficile non pensare a Maria Antonietta che gioca a travestirsi da pastorella nella sua fattoria giocattolo…@Saverio e Max:Concordo con entrambi. Neanche io considero un assassino chi uccide un animale per cibarsene. Ma il labirinto delle etichette e delle certificazioni, specie qui in UK, è impossibile e gronda malafede, ti passa la voglia. Qui poi, appunto, l'industrializzazione del prodotto agroalimentare tocca vertici inusutati e perversi, in gran parte giustificati dal fatto che l'inglese medio, quale sia il suo reddito, è abituato a mangiare carne sempre, tutti i giorni, più volte al giorno. Ho visto sacchi da tre chili di hamburger surgelati in vendita a 2 sterline. Non oso pensare cosa ci sia dentro…

  9. @LAV: grazie per la chiarificazione :-)@Zednek:Tutto quello che so sul Principe Carlo è che ha fondato una sua linea di prodotti biologici, chiamata Duchy. Il che è senz'altro encomiabile ma è difficile non pensare a Maria Antonietta che gioca a travestirsi da pastorella nella sua fattoria giocattolo…@Saverio e Max:Concordo con entrambi. Neanche io considero un assassino chi uccide un animale per cibarsene. Ma il labirinto delle etichette e delle certificazioni, specie qui in UK, è impossibile e gronda malafede, ti passa la voglia. Qui poi, appunto, l'industrializzazione del prodotto agroalimentare tocca vertici inusutati e perversi, in gran parte giustificati dal fatto che l'inglese medio, quale sia il suo reddito, è abituato a mangiare carne sempre, tutti i giorni, più volte al giorno. Ho visto sacchi da tre chili di hamburger surgelati in vendita a 2 sterline. Non oso pensare cosa ci sia dentro…

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