A tale of two bookshops

Recentemente ho letto un articolo di Alan Bennett in cui narra dell’importanza che hanno avuto le biblioteche nella sua vita, come luoghi di scoperta ma anche di protezione e conforto, piccoli mondi accoglienti dove imparare a diventare le persone che siamo.
Mi sono poi ritrovata a pensare al mio rapporto con le biblioteche e al fatto che, benché sottoscriva il parere di Bennett, provo un eguale se non superiore trasporto per un’altra, più mercenaria, istituzione: la libreria.
Certo, in libreria i libri li paghi. Le librerie non sono, in questo senso, luoghi di democratizzazione dei saperi e libero accesso alla cultura. Però è nelle librerie che ho fatto le mie personali importanti scoperte, che ho avuto le mie folgorazioni. Infine, i libri in biblioteca devono essere restituiti ed è inutile che io vi stia a spiegare il malessere che questo provoca in me.
Sono sempre stata una di quelle persone che si sentono vagamente a disagio in qualsiasi contesto, facili ad intimidirsi, eternamente impegnate a simulare dimestichezze ed abbandoni che non provano. Fu quindi una bellissima sorpresa quando scoprii che in libreria, qualsiasi libreria, ci stavo come un pesce nell’acqua. Persino da piccola, quando mi ci volevano trenta minuti di training autogeno prima di trovare il coraggio di comprare un francobollo dal tabaccaio.
La libreria è come un’ambasciata o un consolato in terra straniera dedicato alla tutela di quelli come me; ovunque io mi trovi so che mi darà asilo, il personale mi riconoscerà come una dei loro, mi sentirò come a casa.
Non dico questo per affettazione, per millantare chissà che spessore intellettuale. Ci sono un sacco di posti e di situazioni in cui gente più sofisticata ed intellettuale di me si trova benissimo mentre io resto in balia della la consueta sensazione di non appartenere.
C’è chi sta bene al cinema, al vernissage, chi al café de Flore, chi alle manifestazioni. Ci sono quelli che vanno ai convegni – addirittura parlano ai convegni! – come se fosse la loro seconda natura. C’è chi sta bene, appunto, immerso nella natura, nei boschi, sulle scogliere tempestose. Io no, vorrei essere come loro, mi sforzo, ma no.
Chi si mette in viaggio spesso progetta i propri itinerari, documentandosi su quali monumenti visitare, quali musei, quali ristoranti. Io faccio liste delle migliori librerie. Certo, se vado in posti dove non parlo la lingua è un peccato ma non desisto, vale sempre e comunque la pena.
Le biblioteche, fatta forse eccezione per quelle di quartiere, possono essere anche luoghi respingenti, per soli iniziati. Spesso non vi si può accedere se non in possesso di documenti, malleverie, permessi speciali. Le librerie vogliono il mio denaro e mi accolgono sempre con grande affabilità. E anche se vi passo tre ore e non compro niente, raramente i commessi si adombrano. Sono librai, non negozianti come gli altri, sono negozianti ‘speciali’.
Trasferirmi in Inghilterra ha imposto cambiamenti di tutti i tipi, naturalmente, non ultimo quello di lasciare le mie librerie preferite e il doverne scoprire di nuove, adeguarmi alle piccole e grandi differenze culturali che rendono le bookshops diverse dalle controparti nostrane, non trovare facilmente alcuni autori.
Per l’altrui diletto, ecco le mie preferite fino ad ora:
    Blackwell’s, 23-25 Broad Street, Oxford.
Blackwell’s è una catena ma con una certa vocazione accademica. Gli altri franchise del libro, come Waterstones o la defunta Boarders, sono ubiqui, hanno dato l’assalto ad aeroporti e stazioni, centri commerciali, ma le Blackwell le trovi di preferenza vicine ad un’università. La Blackwell di Oxford le supera tutte, è il sancta sanctorum dei librivendoli. Roba da feticisti veri. Le varie sezioni, ognuna con un numero civico diverso, ognuna con la sua vetrina, il suo ingresso, se ne stanno attaccate come ostriche meravigliose intorno al ampio delta di Broad Street, sede della Biblioteca Bodleiana. Ci si sente un po’ come se si fosse entrati in un vertiginoso omphalos della conoscenza, in questa piazza, non si sa da dove cominciare. C’è la libreria d’arte, quella dedicata alla musica, c’è una sezione manoscritti antichi presidiata a vista da un libraio appollaiato della cui superiore conoscenza nessuno oserebbe mai dubitare. C’è un intero piano dedicato alla storia e uno di compravendita di libri usati. C’è anche il bar con comode poltrone – per poter bere o mangiare in situ senza doversene andare mai. Purtroppo il bar fa parte di una ben nota catena – Café Nero – che conferma tutti i luoghi comuni esistenti sul caffè inglese. Li conferma e ci aggiunge volentieri del suo.
      
      – London Review Bookshop, 16 Bury Place, London
Per quelli che preferiscono le librerie piccole ma intense, ecco la mia preferita, nel cuore di Bloomsbury, a due passi dal British Museum. La LRB è tutt’uno con la London Review of Books, prestigiosa rivista letteraria e non solo. Anche qui c’è una piccola sala bar, con torte fatte in casa, bibite equosolidali e un caffè dignitosissimo. La libreria propriamente detta, soddisfa tutti i miei personali criteri di perfezione: Non vi è la consueta, arbitraria divisione tra fiction e ‘letteratura’ che lascia tutti quei libri in odor di classicità a muffire da soli sugli scaffali più remoti. Gli autori stranieri non vengono messi in una sezione separata da quelli anglofoni, anzi, per essere una libreria inglese molto spazio è dedicato alla letteratura straniera, in traduzione. La saggistica la fa da padrona, in particolare le scienze politiche e sociali, cosa che raramente accade nelle librerie mainstream. Una targa blu sulla facciata mi informa che alla porta accanto, praticamente al piano di sopra, abitava Bertrand Russell, ed effettivamente la LRB pare creata a sua immagine: erudita e poliversa ma in dialogo costante con il presente, progressista, impegnata nonostante gli aristocratici natali, una libreria che non cerca di piacere a tutti, non corteggia il grande pubblico e, soprattutto, non lo offende con la scusa di ‘venire incontro ai gusti del popolino’.
Gli inglesi bontà loro, non amano gli intellettuali, (lo dice pure Popham ), e non è un caso che queste librerie così diverse dall’offerta generale, si trovino in Oxford e Bloomsbury, che sono un po’ dei ghetti per chi si ostina a coltivare l’eccentrico vizio dell’approfondimento. Sono gabbie dorate per eruditi, un po’ come Brighton è una gabbia dorata per la comunità gay e i fricchettoni ambientalisti – anche loro non amati ma tollerati di buon grado. Qui sta inscritta tutta intera l’anima liberal della società inglese: invece che opprimere la fronda, costruisce per loro una riserva indiana così bella, un habitat talmente confacente, che gli indesiderati vi si chiuderanno di loro iniziativa, invece di andarsene in giro per il paese a rompere le scatole.
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8 Comments

  1. Quando ho letto "Roba da feticisti veri", per di più in grassetto, ho sinceramente iniziato a preoccuparmi per la tua salute.Ma non puoi andare nei centri commerciali come fanno tutti/e? 🙂

  2. Non conosco la seconda. purtroppo. Ma sottoscrivo tutto quello che hai scritto su Blackwell, con un piccolo addenda: non è solo il Conservatore (sarà questo l'altisonante titolo del guardiano dei manoscritti?), ma tutti i librai (non chiamateli commessi, per carità) sembrano attingere ad una fonte inesausta di Sapienza. Non devi fare lo spelling del nome dell'autore, magari non devi neppure dare l'indicazione completa… Loro SANNO. E poco importa che apparentemente abbiano 15 anni…Però, se le dichiarazioni di Mamut troveranno seguito nella realtà, anche Waterstone dovrebbe tornare a essere una libreria-libreria.Baci

  3. @Saverio: forse il grassetto era eccessivo, ha rivelato più di quanto avrei voluto sullo stato della mia salute mentale…@Cla: it takes one to know one. So bene che sei anche tu un faticista vero (in grassetto). La LRB non è la libreria per te, mancano le atmosfere vittoriane e gli interni in noce massello. @Steal: Grazie!! E, anche, benvenuto, mi sa che sei il mio primo commentatore che non mi è parente o giù di lì 🙂

  4. No, ovviamente scherzavo. Anche a me piacciono le librerie, anche se ultimamente compro libri quasi solo on-line per questioni monetarie (non ho un centesimo, tanto per capirci…). Tuttavia, una libreria ben allestita e in cui lavorano persone competenti è sempre un luogo da visitare.A proposito di feticismo, la bambina dei miei vicini di casa viene spesso da me (è una ragazzina intelligentissima a altrettanto studiosa di undici anni). Ogni tanto prende qualche mio libro, specie quelli più nuovi, e si mette ad odorarlo. Mi ha detto che l'odore dei libri è splendido. Effettivamente non ha torto…

  5. Ma sfondi una porta aperta! Nella prima stesura del post si faceva cenno all'odore dei libri. Poi l'ho levato per non farmi dare della pazza, il che è stato inutile!Anche io ormai compo on-line per la quotidiana sopravvivenza, mi riservo le visite in libreria per tenere alto il morale

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