Get a room you two!

Così diciamo a due persone quando percepiamo tra loro una chimica particolare, una nuova e crepitante attrazione di cui forse non sono nemmeno del tutto consapevoli – get a room! prendetevi una stanza!

Solo che io una stanza già ce l’ho e anzi, è proprio quest’ultima ad essere l’oggetto del mio trasporto.

Io e la mia stanza dovremmo prenderci una stanza.

La stanza condivide con ogni altro oscuro oggetto del desiderio alcune caratteristiche:

è bella, odora di buono, è, ai miei occhi, anzi con tutti i miei sensi lo percepisco, quella che fa per me – e posso a stento permettermela.

La mia stanza mi fa sentire che me la devo meritare.

Posso dire che la mia stanza mi spinge a essere una persona migliore?

Come altro spiegare quella cadutina dentro, quello struggimento di quando apro la porta, o alzo gli occhi dalla scrivania, e poi ancora dal letto al risveglio, e la guardo?

Quando l’ho vista la prima volta lei era ancora di un altro. Un cialtrone, un bruto, lui sì che non la meritava. Vorreste che vi dicessi dell’accozzaglia di mobili sgangherati che aveva ammassato al solo scopo di opprimerla? Dell’assurda foto di Saddam Hussein che aveva incollato sullo specchio? Quando ho posato gli occhi su di lei mi è bastato un attimo per capire qual era il problema: tra loro non aveva funzionato, e lei era così, come chi, trascurata, umiliata senza rimedio, per ripicca si è lasciata imbruttire.

Scappa con me, credo di aver mormorato, mentre fingevo di controllare la collocazione delle prese elettriche e la qualità degli infissi. Ma potrei aver anche canticchiato supererò le correnti gravitazionali…

 e io

 avrò cura di teeee.

 Da allora sono passati mesi. Vorreste che vi dicessi di come mi parlano le ombre lunghe che ogni pomeriggio vengono a stendersi sul soffitto? Dei pappagallini verdi nell’albero fuori dalle mie, sue, nostre, finestre? Due finestre, due occhi nei quali mi pare di arrivare a contemplare il cielo (anzi, tecnicamente è così) – non sono certo la prima che negli occhi di chi ama vede il sorgere e il disfarsi di tutte le stagioni e di tutte le ore del giorno, non sono la prima che in quegli occhi si perde. Sono forse la prima che lo fa contemplando rapita lo skyline della stazione Tuscolana.

Sono passati mesi, dicevo. Adesso sono come l’amante che sale gli scalini due alla volta perché non vede l’ora di ritrovarla. E non è raro vedermi giungere recando mazzi di fiori, e regalini. Adesso passo il panno swiffer sul parquet con l’ardore di chi fa correre il pettine tra dilette, lussureggianti chiome. Adesso quando ne parlo agli amici, ed è come se non riuscissi a impedirmi di nominarla continuamente e dico, con un po’ d’orgoglio, ‘la mia stanza’, vorreste che vi dicessi di quel piccolo brivido, la minuscola vertigine di poterla – ma davvero posso? – dire, finalmente, mia?

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Cari

è un po’ che non ci si vede. In attesa che io scriva finalmente un post decente ecco la versione completa del mio articolo sui gastrofichetti, pubblicato in questi giorni da Pagina 99 e consultabile qui.

L’articolo era troppo lungo per uscire sulla versione cartacea, ed è un peccato perchè in prima stesura ero riuscita a offendere molte più persone. Lo metto qui, così davvero nessuno mi inviterà mai più a cena.

here goes:

Pensavo fosse il secolo del sesso e invece è solo il secolo del cibo, che tristezza

Così rifletteva il mio impagabile alleato Paolo Poli. Quand’è che siamo diventati così? Quand’è che il cibo ha smesso di essere il tradizionale coadiuvante delle nostre conversazioni, la base materiale dei nostri simposi e convivi per diventare esso stesso LA conversazione? Non il mezzo della convivialità ma il suo fine? Quand’è che intrattenere i commensali con l’estenuante resoconto di tutti i procedimenti utilizzati nella confezione della cena è diventato, non dico ammissibile ma addirittura un segno di distinzione?

Io sono probabilmente il relitto di un’epoca passata. Io quando qualcuno mi confessa di avere l’hobby della cucina con la stessa compiaciuta certezza di essere un fico di chi vent’anni fa diceva di andare in barca a vela, devo fare appello a tutto il mio autocontrollo per non dire “E io per hobby tolgo il calcare dal piatto doccia”.

Per me ha ragione Paolo Poli, mangiare è bello, la sua bellezza, però, è inversamente proporzionale dispendio energetico che l’atto richiede. Se per mangiare devo spignattare per ore o sorbirmi le tante complesse spiegazioni di chi ha spignattato, allora “meglio un uovo al tegamino”. Amen, sublime Poli, mio maestro di insofferenza.

Il foodie italico, naturalmente, non concorda con me. Il foodie italico, questa sfuggente e però onnipresente figura. Per poterlo criticare sarebbe bello poterne individuare con sicurezza certi tratti salienti, fare un sommario identikit – ceto, censo, genere, allineamento politico. Ma il problema, che poi è quello che lo rende a mio avviso così irritante, è proprio il suo nulla identitario, il suo voler giocare contemporaneamente su tutti i tavoli: vuole lodare con le lacrime agli occhi le ricotte confezionate sotto alla tangenziale da un vecchio pecoraio avvinazzato e poi senza nemmeno riprendere fiato raccontarci della sua ultima visita da Bottura. Vuole la cucina molecolare e lo chef stellinato di Tokyo ma anche stare dalla parte degli ultimi della terra. Tiene insieme tutto. Il foje gras che è, sì, poco animalista ma pur sempre il prodotto di una sapienzale tradizione – Tradizione, il foodie si accende a sentir pronunciare la parola tradizione, quella nostrana e di tutti i terzi mondi immaginabili. Vuole il kilometro zero a casa sua e la via campesina a casa degli altri. Vuole la tutela del consumatore e la filiera trasparente ma poi si commuove di fronte all’hocus-pocus botulineggiante confezionato da mani mai sfiorate dai lacciuoli dei perversi burocrati dell’HACCP (e, forse, nemmeno dal sapone). È ecologista e fanatico del bio il nostro foodie, ma se qualcuno gli fa notare (come fa il buon Antonio Pascale da anni riscrivendo instancabile lo stesso libro) che forse il bio non esiste e che, magari, con gli OGM si possono sfamare a prezzi accessibili molte più persone ecco che il suo viso si dipinge dei colori della tristezza.

L’identikit non si può fare, non solo per via di questo rabberciato sincretismo ma anche perché il mangiar bene è, già da molto tempo, aspirational. Daniela Ranieri ha perfettamente ragione nel riconoscere in questa estenuante masturbazione culturale del cibo l’ancella di un certo tipo di privilegio, appannaggio dei nuovi radical-chic, dedicando al tema alcune delle più irresistibili pagine del suo Aristodem. Privilegio, certo, ma essere gastrofighetti è anche una di quelle manifestazioni del privilegio che con più facilità il non privilegiato può imitare. Non è necessario aver fatto le migliori scuole, non è necessario nemmeno essere ricchi, possedere un network di contatti prestigiosi, o anche solo un particolare talento – cosa c’è di più democratico? E infatti essere foodie è il più accessibile degli status symbol, una condizione millantabile e millantata potenzialmente da tutti, tutti coloro cui preme sembrare più sofisticati, creativi, consapevoli, cosmopoliti, di successo – appunto, tutti.

Non ci resta che friggere – l’ortodossia patriottica del Food.

C’è questa cosa particolarmente avvilente a constatarsi, adesso che il cibo è diventato il nostro principale argomento di conversazione. Paolo Poli lo diceva: “sul cibo siamo tutti d’accordo”, e certo l’argomento è all’apparenza dei più inclusivi – chi non ha qualcosa da dire? Siccome siamo sempre tutti d’accordo non c’è dibattito, le nostre cene sono diventate l’equivalente intellettuale di quel sonnellino che eravamo abituati a farci dopo mangiato – non durante.

Siamo tutti d’accordo, dicevamo, un po’ perché non ha senso essere in disaccordo su qualcosa che è pari ai discorsi sul meteo degli inglesi e un po’ perché esaltare la nostra gloriosa tradizione eno-gastronomica è quello che facciamo oggi invece di dare l’oro alla patria.

L’unico settore che ancora mostra segni di vitalità, il motore di un gigantesco indotto che raccoglie produttori, ristoratori, rivenditori, ma anche critica gastronomici, editoria, televisione, e infine creativi, organizzatori di eventi, operatori turistici…e noi con che coraggio ce la prendiamo con quei pochi che ancora lavorano, fanno girare l’economia?

Non possiamo, e anzi su questa faccenda del cibo Made in Italy abbiamo appuntato le nostre residue speranze per il futuro. Intanto che scrivo queste pagine su MTV è andata in onda la prima puntata di Polifemo, che subito ha aperto la sua indagine su “l’Italia che va” parlando di Food. Indagine inappuntabile nell’analisi e nelle opportunità di crescita che identifica e che nonostante questo mi ha lasciato addosso un senso di scoramento. Perché sì, diventare la trattoria d’Europa è il futuro e può dare lavoro a tutti i nostri giovani ex-pubblicitari ma non mi pare poi questa gran bella notizia. Non mi piace l’Italia-che-va ritratta da Polifemo, un paese dove al posto del design, del comparto del lusso e delle manifatture abbiamo Oscar Farinetti che dice cose come “il coraggio di aprire il mio primo store a Manhattan me l’ha dato l’esempio di mio nonno partigiano” e nessuno interviene a picchiarlo. Un posto dove trentenni barbuti con l’eskimo vagolano tra gli espositori di Eataly alla ricerca di un bucatino trafilato in oro e una P.R. bionda mezza fulminata pigola parole come “Food Culture! Pop Cuisine!”. Che amarezza, ridateci Bialetti.

Se il futuro è lo Street Food, o il ‘cibo ‘n miezza a’ via’ come diceva un altro degli intervistati, allora tanto vale dire che siamo in pieno tardo impero. Polifemo vuole farci apprezzare la dimensione giovanil-revanchista di questa rivoluzione in corso, un tripudio di laureati in giurisprudenza che a petto nudo falciano il grano o ex copy writer trasformatisi in pasticceri dadaisti. Tutto bello, tutto molto rock ‘n roll. Ma la necessità che muove quest’economia e le ossessioni che alimenta non mi sembrano poi granché rock ‘n roll, attestano anzi pienamente che l’Italia è nella sua mezz’età avanzata e ciò è reso evidente proprio dal fatto che, come ogni individuo di mezz’età che si rispetti, ormai pensa solo a magnà.

Una caponata ci seppellirà

Come dicevamo il foodie ama cavalcare il divario che separa le istanze di giustizia sociale dal più squisito conspicuous consumption capitalista, un piede di qua e uno di là. Ma davvero queste componenti hanno lo stesso peso o è una cosa che ci raccontiamo per dare una patente engagé alla nostra ricerca di gratificazione istantanea? Perché da una parte abbiamo i picchi di comicità involontaria delle elegie di Carlin Petrini su cose come la ‘Favela Organica’, formule che danno l’idea di essersi involate nel più arcano e incomunicabile radical-chiccismo e di declinare tutte le sfumature possibili del nostro senso di colpa occidentale; dall’altra abbiamo il Food come incentivo allo spendere, che tutti i colori dello spettro ideologico prende e fonde nel bianco dell’Affluenza. Perché questo hanno in comune il caffè equo-solidale comprato da Starbucks e le Domestic Goddess della televisione, dalla divina Nigella alla nostra più sciuretta Parodi: un non-pensiero che vuole, appunto, per slogan, tenere insieme tutto, e la promessa emancipatoria del consumo laddove l’ideologia ha fallito. Vogliamo spenderle due parole sul mito contemporaneo della Domestic Goddess? Vogliamo chiederci perché nel panorama vasto dei volti televisivi del Food gli uomini sono sempre Celebrity Chef e le donne sono modelli femminili, piccole figlie di Martha Stewart (o Wilma De Angelis nel nostro caso)? Ogni volta che vedo una di queste Stepford Wife ai fornelli in televisione mi ricordo di quando Ryan Gosling in Stupid Crazy Love rifletteva che la guerra dei sessi è finita, ed è finita quando le donne hanno cominciato a fare corsi di lap-dance per tenersi in forma. E voi direte, ma che c’entra, queste donne sono formidabili imprenditrici di se stesse, hanno fondato imperi economici. Certo, loro sono imprenditrici, e loro hanno fondato imperi recuperando Doris Day dalla soffitta cui l’aveva consegnata il femminismo e riproponendocela con un vestitino nuovo, che sia quello della donna emancipata che orgogliosamente si riappropria dei saperi gastronomici; che sia quello di materna Eco-Demetra che si alza alle cinque per preparare la pappina bio al bambino; che sia quello della ‘professionista del settore’, che di solito vuol dire food-blogger, freelancer, instagrammatrice di budini, cuoca a domicilio, venditrice di cupcakes su Etsy, insomma tutte cose molto 2.0 ma, guarda un po’, molto tradizionalmente femminili, se per ‘tradizionale’ intendiamo ‘pagate poco o niente’ e ‘per fortuna mio marito ha un lavoro vero’. Non siete convinti? Fatevi due chiacchiere col compagno di una di queste imprenditrici di se stesse, e vedrete un uomo che in dieci anni non ha cucinato nemmeno un toast e una delle facce più insopportabilmente tronfie che mai vi sarà dato di incontrare.

Hell’s Kitchen

Ormai sarà chiaro, se il fanatismo fosse appannaggio esclusivo degli addetti ai lavori o di chi ha risorse tali da poter cenare ogni sera da uno chef diverso (insomma, se le cose fossero come una volta) io vivrei lieta e ignara. Ma non è così. Slow-food, Gamberorosso Channel, Eataly, le cuoche televisive, il food-porn. Quello che non ci vogliamo dire, impegnati come siamo a far lievitare l’impasto di questo arioso discorso collettivo è che il Food ha ucciso il cibo. L’atto del mangiare, lo spensierato connubio di necessità fisiologica, incombenza quotidiana e convivialità è morto. È morto quando abbiamo preso a fotografare le pietanze che abbiamo ordinato al ristorante; quando abbiamo sventrato le nostre case per creare cucine grandi come sale da concerto, sognandole simili a quelle che troviamo sulle pagine di AD o sui femminili dei principali quotidiani; quando abbiamo cercato di imprimervi la nostra personalità arredandole – high-tech, rustiche, industriali, fate voi (decor-porno e food-porn sono complementari, certamente) con l’idea di rifondare la nostra vita familiare e sociale intorno al primato del focolare e del desco; quando per farla breve abbiamo smesso di avere fame e mangiando non facciamo altro che recitare nello spot pubblicitario che reclamizza il nostro stile di vita. Rimpiango, lo ammetto, le cucine lunghe e strette, le cucine-disimpegno di una volta. Le rimpiango perché se la distribuzione degli spazi riflette le nostre gerarchie di valori, allora l’ubicazione e le dimensioni della nostra vecchia cucina-standard parlavano di un atteggiamento molto più sano, riconoscevano alla preparazione delle vivande il suo giusto ruolo. E anche quel minimo di riservatezza che ancora garantiamo, quasi sempre, al talamo e al gabinetto. Oggi invece dobbiamo stare tutti lì attraccati intorno all’isola col bicchiere di vino in mano, fare compagnia al nostro ospite intanto che disossa carcasse di pollo o frigge il baccalà, dobbiamo poi salutare e uscire trattenendo nelle chiome i vapori della ribollita. E voi direte ‘Ah! Ma la cucina-cubicolo di una volta era la rappresentazione concreta della segregazione spaziale ed esistenziale della povera casalinga!’ Ora, io non mi invento niente, senza tema di smentita vi faccio notare che non importa quanti chef maschi esistano, quanti uomini appassionati di cucina, la suddivisione dei ruoli domestici nella moderna famiglia italiana non è significativamente cambiata. A spignattare nella cucina degli anni Cinquanta come in quella odierna, oggi come ieri c’è una donna, solo che prima poteva cogliere l’occasione per farsi un momento i cazzi suoi, raccogliere da terra quel gamberone che le è caduto e rimetterlo sul vassoio come se niente fosse. Adesso invece ha un audience, adesso le tocca cucinare come quelli che fanno la dimostrazione del robottino trita-tutto alle fiere.

I have a dream…

E il suo nome è Soylent, una sorta di bibitone giallino che un giovane ingegnere americano ha messo a punto e poi, vedi quando opera il genio, l’ha battezzato col nome di quelle gallette di carne umana del film 2022: I Sopravvisuti. Soylent non contiene, secondo il suo inventore Rob Rhinehart, frattaglie umane ma nemmeno tutto quello che in un pasto tipo, anche gourmet, può farti male. In polvere abbiamo tutti i nutrienti che servono, in proporzioni variabili a seconda delle esigenze individuali. Sostenibile, facile e poco costoso da produrre, ecologico, sano. Penseresti che i primi ad entusiasmarsi siano quelli che hanno a cuore i paesi in via di sviluppo, l’ambiente, la salute, quelli che si scagliano contro l’uso di pesticidi e l’impatto della zootecnia moderna. Ma manco per niente. Rhinhart stesso in un’intervista pubblicata su Vice ammette che i peggiori zeloti sono proprio loro:

“Certa gente sembra molto coinvolta dall’idea della sacralità della natura, del cibo naturale e da qualche idilliaco punto di vista sull’agricoltura, quindi trova quest’idea molto offensiva. Non ci sono prove del fatto che il cibo biologico sia più sano del cibo convenzionale, e semplicemente non si riesce a nutrire il mondo senza tecniche di coltivazione efficiente.”

Rob, io ti capisco. Rob, io voglio farti un bonifico, posso avere il tuo IBAN? Aspetto Soylent da quando ero piccola e sognavo le pasticche degli astronauti, lo aspetto come il secondo avvento del Messia, voglio un mondo senza obesi e senza sensi di colpa, un mondo in cui la spesa la faccio solo se mi va, dove non ci sono piatti da lavare e dove, soprattutto, possiamo finalmente ricominciare tutti a parlar d’altro.

 

L’ultima cosa che mi sarei figurata è che oggi, nel 2016, a trentott’anni suonati io mi ritrovassi a scrivere di Barbie. Mai mi sarei immaginata di ritrovarmi a pensare a Barbie. Io non feticizzo particolarmente la cultura materiale della mia infanzia, non sono di quelli che si commuovono ripensando agli Exogini e alle girelle Motta.

E invece eccomi qua.

La notizia recente è che Mattel ha presentato la sua nuova scuderia di diversity-Barbie, e sono tutte molto carine, per carità – la novità sta nel fatto che le bambine del 2016 potranno scegliere bambole meno bionde, meno ariane, meno magre, meno alte e via così. Il criterio, suppongo, è quello dell’immedesimabilità, la possibilità di scegliere tra le tante una Barbie che ti somiglia di più. E questo mi fa molto ridere perché sospetto che fino ad oggi la questione stesse in tutt’altri termini: era il suo non somigliarti che la rendeva un giocattolo utile, l’astrattezza ne ha garantito la longevità.

Con Barbie io ho sempre intrattenuto rapporti cordiali, non ce l’avevo con lei per il suo essere bella e bionda e tettona (negli anni ’80 era abbastanza tettona). Nè avevo preso il suo essere bella bionda e tettona come una promessa che crescendo lo sarei diventata io. Con Barbie andavo d’accordo pur essendo molto evidente che io ero una Skipper destinata a rimanere tale.

Come dicevo, Barbie era un template generico di giovane età adulta femminile gagliarda, e come tale era arruolata nei miei giochi, il suo brief era semplice: essere bella e femmina abbastanza da fungere come proxy, essere generica e altra abbastanza da permettere la depersonalizzazione e la proiezione.

Grazie a questa entente cordiale, io e Barbie abbiamo passato insieme dei bei momenti. Sotto la mia esigente regia, Barbie è stata investigatore privato, imperatrice in una fortunata serie di sequel casalinghi al film ‘La Storia Infinita’, ha improvvisato coreografie acquatiche in stile Esther Williams nella vasca da bagno, ha avuto un numero infinito di incidenti stradali usando i miei pattini a rotelle come go-kart e, infine, si è accoppiata selvaggiamente con tutti gli altri giocattoli della mia collezione – tutti, orsacchiotti e puffi inclusi.

Non conosco donna per la quale giocare con Barbie non volesse dire, in sostanza, farla morire male. L’utilizzo classico suggerito dalle pubblicità – pettinare Barbie, metterle i vestitini, farla ballare con Ken, tutto questo succedeva, certo, ma era solo una parte del gioco, era la preparazione al gioco vero. Sia chiaro che quando dico questo, non intendo affatto mitizzare con occhi sognanti la fantasia dei bambini, la creatività dei bambini, ma manco per niente. I giochi dei bambini sono prevedibilissimi, basta guardare i disegni dei bambini. I disegni dei bambini sono tutti uguali, sempre. Quello che voglio sottolineare non è l’originalità del modo in cui ciascuna bambina gioca con Barbie, ma anzi, il completo WTF in cui da 57 anni finisce il gioco di qualsiasi bambina con Barbie, perché questo è giocare.

Sono l’unica a pensare che la Barbie immedesimabile sia un po’ sinistra? Non so, ripenso alla mia, quella preferita, e mi viene il sospetto che se guardandola ci avessi visto me stessa, una mini-me, mi sarei fatta scrupoli a mozzarle le mani.

Quanto alla portata generale di questa innovazione, io mi inchino di fronte alla deliziosa trovata passivo-aggressiva della Mattel, il dito medio alzato di un brand che muore. Per sessant’anni Mattel ha dovuto contendere con l’accusa di perpetuare dannosi stereotipi femminili, un’accusa vecchia quasi quanto la bambola stessa. E adesso che Barbie è un giocattolo quasi in via d’estinzione e che quindi non ha più niente da perdere, ecco che la casa madre si prende una squisita rivincita morale su tutti quelli che l’hanno sempre disapprovata, i consumatori pugnaci, i genitori.

È bellissimo e perverso. Perché adesso che la Evil Corporation® ti ha messo a disposizione la Barbie coreana, la Barbie culona, la Barbie alluce valgo, la responsabilità diventa tua. Se non la compri, il malvagio perpetuatore di stereotipi dannosi sei tu. Da oggi nasce la discriminazione vera perché la Barbie che tutti conosciamo nel suo non somigliare a nessuno era, tutto sommato, democratica. Adesso che sugli scaffali dei negozi avremo la affirmative action, e un’equa rappresentanza di tutte le soggettività, ciascuna Barbie se la dovrà cavare da sola. Adesso ci verrà davvero sbattuto in faccia quanto sia poco democratico il nostro concetto di bellezza – il nostro, non quello della Evil Corp. – adesso sono cazzi nostri.